Era ormai l’alba quando Alfredo uscì dalla casa abitata dalla baronessa. Aveva indosso un malessere profondo, un’irritazione strana, un turbamento complesso, confuso, quale non aveva provato mai. Il sangue gli sussultava ancora e gli accendeva desideri, che, insoddisfatti, gli erano tormenti; la materia parlava forte con acri tentazioni, lo spirito si rincantucciava, per così dire, sbalordito, indolenzito, malvoglioso, sfiduciato, caduto in una specie di degradazione. Sentiva dileguatosi, offeso l’ideale d’amore della sua gioventù, accarezzato con tanta virtuosa ardenza dell’anima non volgare; ne provava un certo dolore, ma muto, nascosto, quasi inconscio, e s’arrabbiava di non averne vergogna e disperazione. La spregevole emozione della corrotta voluttà lo attirava. Come! Lui che aveva voluto fare del suo cuore un altare alla donna che avrebbe stimata degna dell’amor suo, ora si sarebbe abbandonato agli amplessi d’una sirena dei sensi, che l’onesto istinto gli faceva pensare a dispetto di tutto una creatura avvilita? ed egli anzi la desiderava, tanta degradazione, vi anelava, soffriva di non esservi ancora precipitato? Chi glie l’avrebbe detto un giorno! Sentiva moralmente, e anco pienamente perfino, quell’amarezza, quel disagio, quella penosa prostrazione che sente un libertino novizio dopo una notte di orgia, quando rincasa, colle membra e l’animo fiacchi, la bocca allappata disgustosamente e un infinito fastidio di tutto e di tutti, cominciando da sè.
Nella strada non c’era nessuno. Il conte di Valneve e Pietro Carra, visto partire il duca coll’Anviti e i due uomini di scorta, avevano aspettato ancora un poco, e poi, persuasi che il Camporolle sarebbe rimasto fino a giorno là dove gli era stato lasciato il campo libero, se n’erano andati per riposarsi alquanto e fare poi i pochi preparativi che occorrevano alla partenza.
Alfredo s’avviò di buon passo anch’egli verso casa, per cambiarsi in fretta di abiti, chè appena glie ne restava il tempo, e recarsi quindi dal conte Ernesto.
Ma nel suo alloggio trovò tutti i suoi dipendenti levati ad aspettarlo inquieti, e più inquieto di tutti un uomo che era quello venuto a mettere la casa in allarme a ora tarda della notte, che non s’era più mosso e che nell’attesa percorreva agitato, a gran passi, il salotto, accrescendo l’impazienza, i timori, le smanie, a ogni momento che passasse.
Quell’uomo era Matteo Arpione.
Appena Alfredo comparve, un’esclamazione di gioia con cui lo salutò il domestico nell’anticamera, ne annunziò l’arrivo a Matteo il quale si precipitò colla massima premura all’incontro del giovane.
— Ah finalmente! — esclamò egli trovandosi di fronte al Camporolle; e aveva la voce e le mani che tremavano dall’emozione. — Ah! che brutta, tremenda notte ci ha fatto passare, signor conte!
Questi, per l’addietro, non aveva mai accolto quell’uomo con molta espansione di tenerezza; le maniere di Matteo verso di lui erano d’una umiltà così sottomessa e poco dignitosa che al giovane certe volte facevano perfin rabbia; e insieme a ciò eravi nella figura, nei tratti, nel tutt’insieme di colui qualche cosa che gli ripugnava, senza ch’egli sapesse spiegarsene il perchè. Ora, da quello che glie ne aveva detto Ernesto Sangré, Alfredo credeva di avere finalmente scoperto quel perchè, subodorato dapprima dal suo generoso istinto. Quindi il modo con cui quella mattina egli accolse il vecchio, non più solamente freddo e riserbato, ma fu addirittura sprezzoso e crudele.
— Signor Arpione, — gli disse squadrandolo dalla testa ai piedi, — dopo quello che ho appreso di voi, una completa spiegazione è assolutamente necessaria. Ho diritto di sapere, e lo voglio, che uomo è quello che tratta i miei interessi e ch’io ricevo colla famigliarità d’un vecchio servo in casa mia; chè se quell’uomo non è degno della stima dell’onesta gente, non è degno neppure nè di servirmi, nè di varcare la soglia della mia abitazione.
Matteo nella sua faccia terrea e perfino nella sua fronte di pergamena divenne a un tratto di un rosso cupo, che poi tosto si dileguò per lasciare luogo a un pallore grigiastro, color di cenere; una contrazione delle guancie e delle labbra, un umido bagliore degli occhi affondati rivelarono in un baleno il subito morso in lui d’un acutissimo dolore; ma fu un vero baleno; la fisonomia di quell’uomo tornò nella sua fredda indifferenza abituale, e come se non avesse udito nemmanco quelle fiere parole, trascurando affatto il proprio tormento, egli non volle vedere che il turbamento e la pena del giovane, rivelati dal pallore e dall’accasciamento.