Matteo Arpione giunse correndo alla locanda, ma sulla soglia di essa si fermò con un moto di sorpresa, trovandosi a fronte di un uomo avvolto in un gran mantello, che, venendo sollecito anch’egli dall’altra parte della strada, stava per entrare eziandio nel portone dell’albergo.
— Tu qui! — esclamò egli.
— Voi zio! — rispose quell’uomo con un’esclamazione di uguale se non maggiore meraviglia. — Voi a Parma! E non m’avete fatto saper nulla! E non siete venuto in casa mia!
— Zitto, Pietro! — disse Matteo. — Ricordati quel che t’ho detto già più volte, e che ora sono obbligato a ripeterti con ancora più calda preghiera: che tu non mi abbia da riconoscere per zio, che in presenza della gente io debba esserti come affatto estraneo.
— Ah! — disse con amarezza quell’uomo, il quale non era altri che il sellaio Pietro Carra. — Voi vi vergognate dunque molto d’essere stato congiunto alla nostra famiglia!
— No, non è questo, te lo assicuro.
Il giovane continuava con calore, le guancie leggermente arrossate:
— La famiglia di mio padre, se povera e popolana, fu sempre onestissima, e quella di mia madre voi l’avete pur conosciuta per bene. Erano tre sorelle fior di bellezza e di virtù....
— Sì, sì davvero: — interruppe Matteo con qualche emozione. — Lo so io, meglio di qualunque altro, e nella mia determinazione a questo riguardo non c’entrò mai per nulla il menomo motivo che possa far torto alla memoria di quelle tre brave donne.
— È forse per mia cugina Carlotta che è qui ora come ballerina?... Sareste venuto per ciò?... Vorreste aiutarmi a trarla da quella vita? Ah! io sarei disposto a far di tutto per levarla dal sciagurato abisso in cui quella sconsigliata è caduta... Per me, vedete, l’onore, la dignità della persona e del nome, prima di tutto.