— Me ne rallegro.

In quella, Pietro aveva tratto di sotto al mantello il fascio delle sciabole e depostolo sopra una tavola.

— Ah qui sono le armi? — disse il conte Ernesto, sciogliendo il fascio e prendendo in mano l’una dopo l’altra le sciabole.

— Sì, signore: — rispose il Carra. — Anche questo m’ha fatto indugiare un poco. Ho dovuto far saltare giù dal letto l’armaiuolo, e poi tuttedue insieme abbiamo scelto colla massima attenzione le lame migliori.

— E hanno scelto bene! — esclamò Valneve, il quale con occhio di conoscitore esaminava le armi, ne faceva piegare le lame, ne tastava col dito il taglio e la punta, ne provava, brandendole, l’impugnatura e l’equilibrio. — Sì, davvero! Non si può desiderare di meglio. Ora dunque non ci manca più che il conte di Camporolle... il quale spero non vorrà tardare dimolto, — soggiunse sorridendo, — quantunque la notte che ha passata gli faccia forse un piacere e un bisogno del riposo...

A questo punto Matteo, rimasto in un canto, si fece innanzi e disse:

— Signor conte, appunto mentr’Ella aspetta quel signore, potrebbe accordarmi i cinque minuti di colloquio che ho avuto l’onore di domandarle ieri sera?...

Ernesto lo interruppe con quel tono di disprezzo con cui Alfredo lo aveva sentito a parlare a Matteo la sera innanzi.

— Ah siete voi?...

— M’ha detto di tornare questa mattina...