— Parliamo d’altro, le ho detto: e per prima prova della devozione che mi protesta, impari ad ubbidirmi.

Alfredo ripetè con qualche variazione tutto quello che aveva già detto del suo amore nel primo colloquio, ed ella lo ascoltò con più benigno e incoraggiante contegno; quando si separarono, la donna si lasciò strappare la promessa che il dopodomani sarebbe tornata a quell’ora medesima alla Montagnola.

Al povero innamorato pareva già un gran trionfo, una invidiabile fortuna, l’averne ottenuto un preciso ritrovo. Ma doveva essere davvero una fortuna soverchia per lui, perchè il destino non glie la volle concedere, e quella mattina egli calpestò invano fino a mezzogiorno con piede irritato la ghiaia della pubblica passeggiata. Rientrò in città turbatissimo, oscillante fra lo sdegno d’essere stato corbellato e la paura che qualche disgrazia fosse capitata alla baronessa; andò diviato alla locanda dove essa era alloggiata e chiese audacemente di lei. La signora, secondo il solito, non riceveva nessuno, ma era in casa, non era uscita di tutta la mattina e non aveva ordinato la carrozza per tutta la giornata. Una vistosa mancia fatta scivolare destramente nella mano del cameriere determinò quest’ultimo a rivelare al giovane una cosa che gli avevano comandata di tenere assolutamente segreta.

Quella stessa mattina un uomo vestito signorilmente, ma che fra il colletto impellicciato e tirato su del pastrano e una ampia fascia che gli avvolgeva il volto aveva così bene celati i lineamenti da non poter essere riconosciuto anche da una persona a cui fosse famigliare, si era presentato chiedendo della baronessa e, come tutti, ne aveva ricevuta in risposta che quella signora non riceveva assolutamente nessuno. Il forestiero non s’era per nulla scomposto, ma tirato fuori una sua polizzina ci aveva scritto su poche parole, l’aveva chiusa in una busta, accuratamente suggellata quest’ultima e aveva ordinato con accento imperioso si consegnasse subito subito quel biglietto alla signora baronessa. L’effetto ne era stato meraviglioso; le porte dell’appartamento della signora si erano spalancate sul momento al misterioso visitatore, il quale, tutto camuffato come si trovava, era penetrato fino nel camerino di toilette della baronessa e là stava tuttavia dopo più di tre ore.

Fu lo sdegno, fu il sospetto che allora prevalsero nell’animo di Alfredo. Un tormento dell’amor suo, che fin’allora non aveva ancora provato, gli morse di subito e con tutta violenza il cuore: il tormento della gelosia. Uscì dall’albergo, pallido, i muscoli della faccia contratti, il cervello in tumulto, parendogli di essere il più infelice uomo del mondo, credendosi egli medesimo in quel momento capace di qualunque eccesso per isfogare il suo contenuto furore, per vendicare lo strazio indicibile che provava. Si diede a passeggiare su e giù per la strada in cui era la locanda, senza mai perderne di vista la porta. Voleva aspettare che quel tale uscisse di là; voleva vederlo. Che cosa avrebbe fatto, non sapeva, ma qualche cosa pensava che dovesse ed era risoluto di fare. Per fortuna, il tempo assai lungo che passò, l’esaurimento delle forze nel giovane stato tutto il giorno senza cibo e il freddo frizzante di quella giornataccia d’inverno che si aveva, riuscirono a calmare il sangue e la mente del geloso, di modo che quando verso le quattro, in sul primo venir del crepuscolo, quell’uomo uscì dal portone dell’albergo, in Alfredo non nacque più altro pensiero, non restò più altra risoluzione che di seguirlo cautamente e tentare di sapere chi fosse, dove andasse.

Che quello fosse l’uomo di cui gli aveva detto il cameriere, Alfredo al primo vederlo non ebbe il menomo dubbio. Aveva il viso nascosto come gli era stato descritto: e uscendo aveva gettato intorno uno sguardo osservatore e sospettoso, proprio di chi cerca scoprire se possa esser visto da qualcuno che non vorrebbe. S’era poi avviato per una strada di buon passo, come desioso di allontanarsi al più presto; e il conte di Camporolle, seguitandolo dalla lungi, lo vide recarsi in un albergo di terzo ordine che si trovava in una delle strade meno frequentate della città.

Dieci minuti dopo che quell’uomo era rientrato nella locanda, Alfredo, a cui la gelosia dava coraggio e idee, penetrava nell’ufficio della locanda medesima e usando largamente di quell’argomento universale che riesce a vincere quasi tutte le coscienze umane e che si conia in monete da venti franchi, riuscì a sapere che l’uomo tornato a casa poc’anzi, era arrivato quella stessa mattina da Parma, che appena arrivato era uscito per non rientrar più che in quel momento, che sembrava un uomo di buona età, ricco perchè aveva pagato larghe mancie, che non si sarebbe fermato più di due o tre giorni, avendo seco per bagaglio appena un piccolo sacco da viaggio.

Alfredo prese scarsamente il tempo di rifocillarsi con un boccone di pranzo, e poi s’affrettò a recarsi di nuovo innanzi alla locanda dove abitava la baronessa. La notte era venuta, ed era una notte fredda, nebbiosa, di quelle in cui, salvo ad esserci forzati, nessuno mette i piedi fuori di casa. Le finestre del quartiere della baronessa erano affatto scure. Il giovane stava per avventurarsi a penetrar nell’albergo e chieder della signora, quando vide arrivare e fermarsi innanzi al portone una carrozza di piazza. Un segreto istinto gli fece indovinare che quella carrozza aveva qualche cosa da fare con quella donna per cui egli si sentiva l’anima alla rovescia; si accostò più che potè al portone tenendosi celato nell’ombra e stette ad aspettare. Intanto guardava, come se volesse imprimerseli nella memoria, il cavallo, il legno, il cocchiere. Dopo due minuti, una donna imbaccuccata in un mantello impellicciato, uscì frettolosamente dalla locanda, passò come un baleno e si gettò nella carrozza di cui un cameriere teneva aperto lo sportello. Il cameriere, rinchiuso l’usciolo, diede un indirizzo al cocchiere: questi frustò la sua rozza e la carrozza partì. Tutto ciò era avvenuto proprio colla rattezza d’un lampo; ma Alfredo in quella donna aveva riconosciuto lei; ed egli voleva assolutamente scoprire dove andasse. Suo primo impulso fu di correre dietro alla carrozza, ma in un attimo essa era sparita allo svolto d’una cantonata; il giovine cercò cogli sguardi se alcun’altra vettura di piazza potesse trovarsi colà; non ve n’era affatto: e allora, dominato da una subita idea, si avviò di corsa verso il meschino albergo nel quale poche ore prima egli aveva visto entrare quel misterioso personaggio.

VI.

Il suo sospetto non s’era ingannato. Ferma innanzi alla porta della meschina locanda, egli vide una carrozza di piazza; ne riconobbe alla prima occhiata la forma, il color della vernice, il cavallo, il cocchiere: era quella in cui aveva visto salire la baronessa. Dunque il lungo colloquio del giorno durato fino alle quattro della sera non aveva bastato a quei due, e appena chiusa la notte, essa, essa stessa era venuta a trovar lui con tanta premura, con tanta segretezza! Se quella donna adunque non riceveva nessuno, se respingeva superbamente gli omaggi di tutti, se lui medesimo, Alfredo, lasciava consumarsi d’amore senza pietà nessuna, era perchè aveva altri impegni, un’altra passione, un legame che le era caro? E chi era costui? E perchè quel mistero? E perchè non dirgli apertamente a lui: «amo, sono di un altro?» Il povero giovane soffriva orribilmente. Nessuna ragione, fuorchè la violenza, sarebbe riuscita a strapparlo di là. Aspettava fremendo; gli pareva che qualche cosa di terribile avesse da succedere, e voleva esserci, voleva vederlo, voleva averci parte. I minuti passavano lenti, eterni; quando gli venne in mente di guardare l’orologio, un’ora era trascorsa e gli sembrava che fosse stato un lungo, intero giorno.