Finalmente un cameriere venne a chiamare la carrozza che s’era fatta in disparte e quella si recò innanzi al portone della locanda. Alfredo si slanciò. Quando la donna pose il piede sul predellino e si diede la spinta per salire nel legno, sentì una mano di ferro che le afferrava e stringeva il braccio. Si volse spaventata, gettando un piccolo grido: riconobbe la faccia sconvolta del giovane e allo spavento sottentrò in lei la meraviglia.

— Voi, conte? — esclamò. — Come qui?

Egli le rispose con voce soffocata, coi denti stretti:

— Io... vi ho spiata... bisogna che vi parli.

— Perchè?... Che cosa mi volete?... Chi, che cosa vi mosse a spiarmi?

Un lampo di fiera soddisfazione guizzò nei suoi occhi.

— Ah! siete geloso? — soggiunse abbassando la voce e chinandosi verso il giovane così che le sue labbra gli toccarono quasi l’orecchio.

— Sì! — ruggì Alfredo a cui il caldo soffio della donna che gli sfiorava la guancia metteva l’incendio addosso.

— Va bene, va bene, — proruppe essa con una strana gioia, stringendogli a sua volta le mani, occhieggiando più seducente che mai. — Vi ringrazio!... E se fosse ciò appunto ch’io desiderava da voi?... Oh anch’io bisogna che vi parli... Ma non ora, non qui... Domattina alla Montagnola... Veniteci pur presto. Ci sarò. Oh ci sarò!

Gli scoccò uno sguardo che era una carezza, un sorriso che era un bacio, e approfittando della scossa che Alfredo ne ebbe, per cui diede indietro d’un passo, saltò nella carrozza, rinchiuse lo sportello, gridò al cocchiere: «avanti» e partì.