Ernesto voltò il foglio e mostrò il ritratto di sua madre. Adelaide di Ravella, sposata da trent’anni circa al conte di Valneve, era figliuola d’una Baldissero e aveva ereditata da sua madre tutta la bellezza di questa illustre e generosa famiglia. Anche allora quando il pittore ne aveva fatta quella miniatura, benchè contasse oramai presso a cinquant’anni, ella appariva tuttavia leggiadra d’una classica e severa regolarità di tratti, di uno sguardo intelligente, d’un sorriso pieno di benevolenza, e insieme di una certa piega fra le sopracciglia che dinotava fortezza d’animo, fermezza di volontà e risoluzione di propositi.

— Ah! è una fortuna avere simili genitori: — disse con emozione Alfredo.

— Sì, davvero! — esclamò con accento di seria convinzione il Valneve.

— E pensa se non sia una disgrazia la mia, di non aver conosciuto nè il padre, nè la madre, morti quand’ero in fasce.

Ernesto gli strinse con atto simpatico la mano.

— E ora, — ripigliò voltando un’altra pagina del portafogli: — ecco qui mio fratello e mia sorella.

Alfredo vide due giovinetti con tratti bellissimi, aria d’intelligenza e un non so che di piacevole e di simpatico, maggiore di tutto quanto si possa esprimere a parole. Il maschio, Enrico, aveva aspetto sofferente; ma la figura che attrasse tutta l’attenzione del giovane Camporolle e gli destò una vera ammirazione fu quella della fanciulla. Non contava che quattordici anni, ma pure nella sua figura, insieme con tutta ancora l’ingenuità e la grazia ineffabile dell’infanzia, mostrava già tutta la bellezza e la nobile distinzione delle attrattive d’una donna, e d’una donna superiore, degna di culto. Gli occhi azzurri, sereni, cui non avrebbe saputo disegnar meglio nè anco la mano di Raffaello, rivelavano un’anima delle più elette, erano lieti insieme e pensosi, amorevoli e fieri, benigni e imperiosi; soavissimo era il sorriso, incantevole il portamento del capo; le ricche chiome pallidamente bionde le facevano un’aureola intorno alla fronte bianchissima, di linee greche; dallo sguardo, dal sorriso, da tutto di quella leggiadrissima fisonomia raggiava quella che può dirsi luce rivelatrice di natura squisita, di pensiero sublime, di indole aurea, quello che usa dirsi l’ideale.

L’effetto che ne provò Alfredo fu grandissimo. Gli parve fin allora non avere conosciuto, non avere visto mai, non aver saputo sognare neppure la vera bellezza di donna. Nel suo essere così agitato, turbato, confuso dalle impressioni, dalle emozioni di quella notte passata, la vista di quella soave leggiadria fu come un’aura pura, che venisse a confortarlo; gli fu quasi una rivelazione. Egli s’era sviato fino allora; ecco ora a un tratto apparirgli il vero ideale a capo di tutt’altro cammino; aveva camminato nelle tenebre; quella era una luce che pareva sorgere per guidarlo. Non disse pure una parola: stette lì fisso a contemplare quel piccolo dipinto, finchè Ernesto, chiuso il portafogli, lo sottrasse alla sua vista; allora gli parve si facesse di nuovo scuro intorno a lui!... Infelice! Se avesse potuto indovinare quanto dolore, quale irremediabile sciagura gli avrebbe costato quella leggiadra, angelica creatura!

Ernesto chiuse il portafogli, lo ripose in tasca e soggiunse:

— Anche questo portafogli... in quel caso... tu Alfredo porterai e consegnerai a mio padre.