— Calmati e abbi coraggio, Adelaide, — le disse con voce piena d’affetto. — Andrò subito al Ministero e mi farò informare di tutto.
Un giovanetto dell’età medesima di Enrico, o poco più, si fece innanzi nel cerchio di luce che mandava la grossa lampada in mezzo al salone, e tutto rosso, come se la sua fosse una grande audacia, disse:
— Zio, se crede che io possa adempire questo incarico, in un momento vado e spero esser tornato colle novelle, assai prima che la carrozza possa essere allestita.
Era Giulio, l’orfano figliuolo del fratello del conte: un giovane biondo, timido, modesto, che pareva il ritratto della debolezza.
La faccia grave e ora addoloratissima del conte, ebbe pure un melanconico sorriso, mentre la sua mano si posava carezzevole sulla spalla del giovinetto.
— Grazie, Giulio: — gli disse. — Tu hai pur ragione che è troppo lungo indugio l’aspettare che la nostra carrozza sia pronta. Prenderò una vettura di piazza... Enrico, suona il campanello: — soggiunse rivolgendosi al figliuolo secondogenito che s’affrettò ad ubbidire.
Allora tutti i presenti s’offrirono a gara di andar essi per informazioni, volendo risparmiare al vecchio e malaticcio conte la fatica e l’impressione terribile della conferma di uno sventurato evento, se questa si fosse dovuta incontrare; ma il presidente, colla sua cortese fermezza che tutti conoscevano pure irremovibile, rispose:
— Son grato di cuore a ciascheduno: ma bisogna proprio che sia io e non altri che io a farlo. Un padre solamente può avere l’autorità e il diritto d’imporre un disturbo per tale occasione anche ad un ministro.
Il vecchio servo Tommaso comparve sulla soglia per ricevere gli ordini e il padrone lo mandò a prendere sollecitamente una pubblica vettura.
Si ripetè a questo punto la gara di poc’anzi fra i presenti per offrirsi ad accompagnare l’infelice genitore: ma questi, mettendo di nuovo la mano sulla spalla del nipote Giulio, che si trovava ancora al suo fianco, troncò ogni discorso con queste parole: