— Uno solo mi accompagnerà; e sarà qui il nostro Giulio.

Il giovanetto arrossì di nuovo per superba emozione: e lo sguardo de’ suoi occhi azzurri leggermente inumiditi cercò lungamente le pupille, che rimanevano volte al suolo, della cuginetta, la leggiadrissima Albina, il cui ritratto abbiamo visto aver fatto sì subita, vivace, e profonda impressione sul conte di Camporolle.

Ma invano il povero conte corse dall’uno all’altro dei due ministri che dovevano essere i meglio informati di quel disgustoso avvenimento: quello dell’interno e quello della guerra. Il primo dichiarò addirittura che non sapeva nulla, ma promise che avrebbe scritto subito, che avrebbe provvisto, che avrebbe fatto e che di quella stessa notte sarebbe venuto in chiaro di tutto; il secondo rispose che un qualche cenno del caso glie n’era venuto dal colonnello comandante il reggimento di guarnigione a Stradella, ma senza alcun preciso particolare, che avrebbe immediatamente provvisto per ricevere rapide ed esatte informazioni e applicare le pene disciplinari occorrenti agli ufficiali che avessero preso parte a quel fatto; tutti i quali risultamenti de’ suoi passi non erano tali da consolare nè rassicurare dimolto il povero padre angosciato.

Il vecchio conte rientrò con Giulio nel palazzo, più abbattuto e sfiduciato, veramente affranto, e ormai consumata tutta quella forza che aveva raccolto intorno al suo animo. Nel salone lo avevano aspettato tutti quelli che si eran trovati presenti al primo colpo dell’infausta novella, ed altri vi si erano aggiunti parenti ed amici accorsivi appena udita la voce che del fatto s’era diffusa rapidamente per Torino. Tutti insieme colla famiglia attorniarono l’infelice padre, dalla cui fisonomia compresero non aver raccolto nessuna confortante notizia; ma quando Giulio ebbe in brevi parole esposto l’esito delle ricerche, poichè il conte non pareva aver manco più la forza di parlare, e tutti rimanevano muti ed accasciati in presenza di quei due genitori, ecco nelle sale vicine suonare una voce allegra, vivace, affrettata, poi un passo giovanile, sollecito, quindi aprirsi l’uscio dal vecchio Tommaso, che balbettava e tremava, e precipitarsi verso il conte e la contessa, tutto polveroso, un po’ pallido, Ernesto di Valneve.

XXXIV.

La voce e il passo che s’avvicinavano e ch’essi ben riconobbero, la vista del figliuolo, diedero ai due genitori un subito nuovo vigore. Sorsero in piedi, e obliato ogni ordinario sussiego, ogni solita austerità di maniere, si slanciarono ambedue verso il giovanotto che li salutava sorridente e cui strinsero appassionatamente fra le braccia.

— Ernesto!... Ernesto!... — esclamarono due voci tremanti: e quel nome ripeterono con tenerezza e gioia il fratello, la sorella e il cugino del giovane.

Tutti i presenti s’affrettarono pure a dare un commosso e lieto saluto di buon arrivo al vivace ufficiale.

Il quale, staccatosi dal seno dei genitori, aiutato ad adagiarsi sul seggiolone il conte padre, dato in giro uno sguardo, un saluto e qualche stretta di mano (ma colla sinistra) ai presenti, prese a dire col suo solito brio:

— Vedo che ho pur fatto assai bene a venire il più presto che mi fu possibile. Le notizie che possono far dispiacere corrono di galoppo, e m’accorgo che qualche cenno della mia sciocca avventura è corsa più di me per venire ad inquietare ed amareggiare i miei diletti parenti e i miei buoni amici.