Allora le interrogazioni fioccarono intorno al giovane conte, per sapere le cause, i modi e le vicende di quel duello, e il protagonista dell’avventura, senza farsi punto pregare, subito cominciò la narrazione che si desiderava.
— Con quel signor austriaco, — disse, — avevamo avviata fin da Milano una guerricciuola di piccoli sgarbi, di piccole trafitture, della quale, se uno dei due non si decideva a cederla pel primo, non poteva essere altra la conseguenza che uno scontro. Chi sia stato il primo a cominciare, non so manco bene... forse sarò anche stato io. Voi sapete che sono così cedevole alle mie impressioni che l’antipatia destatami alla bella prima da quel San Cristoforo d’ulano... (perchè bisogna che sappiate ch’egli è grande e grosso come una delle torri del palazzo Madama)... facilmente può essersi manifestata con qualche frizzo... Ma ad ogni modo, una volta iniziata la gara, non volevo certo essere io il primo a lasciarla...
Il conte presidente crollò leggermente il capo con un moto che era dubbio se fosse di biasimo o di approvazione; il figliuolo si affrettò a soggiungere:
— Tanto più che il mio avversario si era espresso con troppo poco rispetto sul conto dei piemontesi e del nostro esercito.
Questa volta il significato del movimento del conte padre non fu più dubbio menomamente: era un atto e un’esclamazione di sdegno per la petulanza di quello straniero, e di approvazione al figliuolo che aveva voluto sostenere l’onore del paese e dell’esercito a cui apparteneva.
— Per farla breve, — continuava il giovane, — l’austriaco essendo partito per Parma, dopo aver detto quelle belle cose di noi, io gli tenni dietro, e al primo istante in cui potei averlo faccia a faccia lo sfidai. Naturalmente egli accettò. Io voleva per arma la punta; ma egli, pretendendo d’aver diritto alla scelta, mi impose la sciabola, e io, per non andare di più per le lunghe, accondiscesi. Trovai due bravi giovinotti per testimoni: un conte di Camporolle, delle Romagne, mi pare, il quale, se viene a Torino, come mi ha manifestato il desiderio di fare, vi raccomando fin d’ora d’accogliere quale un caro amico di vostro figlio, e un sellaio, un certo Pietro Carra, un bravo popolano che mi andò molto a’ versi. Combinammo di andarci a battere sulla frontiera a Castel San Giovanni: ci trovammo puntualmente al convegno; e quando già eravamo sul terreno per incrociar le sciabole, ecco arrivarci addosso due gendarmi parmensi e intimarci di smettere con minaccia anche di arrestarci...
Esclamazioni di meraviglia e d’interessamento interruppero il narratore; più attento, più commosso, più ansioso di tutti, naturalmente, il conte padre.
— Confesso che a tutta prima mi venne un brutto pensiero a carico del mio avversario, — continuò Ernesto. — Nessuno fuori di lui, di me e dei testimoni doveva sapere che lo scontro avrebbe avuto luogo e in quel giorno e in quel luogo, e quindi la Polizia non avrebbe dovuto essere informata che da uno di noi. De’ miei testimonii ero sicuro, dunque...
A questo punto una leggera nube passò sulla fronte del presidente; dicerto gli era nato a tal proposito qualche sospetto; parve anzi voler parlare, ma se ne astenne. Il figliuolo proseguiva:
— Fu un pensiero calunnioso, ne sono persuaso, e mi pento d’averlo avuto. Rimpiango anche di aver avuto il torto di lasciarlo scorgere; ma la fiamma di rossore che colorò a quel punto la faccia badiale di quel gigante tedesco, e il modo con cui si condusse nel combattimento, mi chiarirono del mio errore. Impeditoci il duello sul territorio parmense, io proposi di fare una passeggiatina di qualche centinaio di metri e venire sul territorio piemontese, dove non avremmo più avuto inciampi di sorta. Proposta subito accettata. Ne venimmo tranquillamente al di qua della frontiera; ma il curioso fu che tutti gli abitanti del paese, saputo che potevano avere senza costo di spesa il bello spettacolo di due gentiluomini che tiravano a sgozzarsi, prendendo tanto maggiore interessamento perchè dei duellanti uno era austriaco, e quindi detestato, l’altro piemontese, e per ciò accompagnato dalle loro simpatie e dagli augurii e voti di vittoria, ci seguirono può dirsi in massa a farci intorno un pubblico di spettatori quali potevano avere i paladini del medio evo in un singolare certame nell’arena del torneo.