— Fu una specie di sfida di Barletta: — disse uno degli ascoltatori.
— In piccolo, — s’affrettò a soggiungere ridendo il giovane ufficiale: — oh molto in piccolo... Ad ogni modo fu una lotta fra un austriaco e un piemontese, in cui la vittoria non fu dell’austriaco.
Tutti gli uditori si strinsero con ancora maggiore sollecitudine intorno al narratore.
— Non avevamo fatto quattro colpi che io ero affatto chiarito del modo di tirare e del giuoco del mio avversario. Aveva due gran difetti di cui io poteva prendere vantaggio: era largo nei movimenti e tardo alla parata. Con un attento colpo d’occhio, cogliendo il tempo, io poteva farmigli sotto, colpirlo e senza pur pensare a parare, ritrarmi in tempo fuor di misura. Decisi di aspettare che egli mi porgesse il destro di ciò e di stare intanto sulla difensiva. Quel colosso di ulano rovinava giù colpi da far tremare la terra. Poveretto me se uno di quei fendenti mi coglieva! E nè anche il parare mi avrebbe bastato; mi salvavo con giri, con passi a destra e sinistra, l’occhio attento, il piè leggero, la guardia alta. Una volta sola, sotto quel rovinìo di colpi che giravano come l’ala d’un mulino a vento, volli star sotto e parare, e me ne incolse male. La sciabola di quel San Carlone fece piegare la mia parata, scivolò sulla mia lama e venne a radermi la mano dalla parte esteriore, stata scoperta dalla guardia pel cedere della sciabola. Questa mi scappò dalla presa e rimasi disarmato in presenza di quel Golia che aveva già rialzata la sua arma per calare un altro fendente.
Tutti gli astanti mandarono una voce di ansietà.
— Io non mi mossi, e guardavo quella lama sollevata su di me, che aveva nel filo alcune goccie del mio sangue, trattomi dalla destra, e che stava per ispaccarmi il cranio; ma i miei testimoni mandarono il grido di «ferma!» e fecero un passo innanzi, mentre da tutti gli spettatori che stavano in cerchio usciva una voce, un grido di emozione. Il mio avversario si contenne: abbassò la sciabola, si ritrasse d’un passo, drizzò la sua alta persona e guardandomi dall’insù all’ingiù, mi disse: «È soddisfatto? Il duello ha da dirsi finito?» — «Punto, punto!» rispos’io: «Sono meno soddisfatto di prima, e il duello non incomincia a farsi serio che adesso.» I testimoni accertarono che la ferita della mano destra mi rendeva impossibile il tenere e adoperare la sciabola con quella mano, e volevano che il seguito dello scontro fosse rimandato. — «No, signori,» diss’io, «s’ha da finire quest’oggi, e per ciò io mi batterò colla sinistra.» I secondi dell’austriaco dapprima non volevano consentire, ma noi insistemmo tanto che finirono per cedere. Come ringraziai meco stesso in quel punto il mio buon Speirani, il maestro dell’Accademia, che aveva voluto mi esercitassi alla scherma tanto colla destra quanto colla sinistra! Mi fasciarono la mano ferita, impugnai la sciabola coll’altra e ricominciammo l’assalto.
Dopo un brevissimo intervallo come a riprender fiato, Ernesto di Valneve seguitò:
— Nel trovarsi così a un tratto un mancino davanti, l’austriaco rimase un po’ sconcertato: il suo giuoco doveva farsi tutto alla rovescia e ciò l’imbrogliava, e di questo imbarazzo si turbava. Vidi che era venuto il mio turno: approfittai della sua esitazione nel tirare per fargli due o tre finte, e mentre egli veniva ad una di quelle sue larghe e tarde parate, colsi il tempo, me gli feci sotto e zaff! una gran tagliata sulla faccia dall’occhio al mento, tornando fuor di misura, in parata, prima che la sua sciabola avesse avuto il tempo di ritornare alla guardia. Ma il fatto fu che non ci tornò altrimenti: l’austriaco gettò un gran grido, lasciò andare l’arma di mano, si recò le due palme alla faccia di subito inondata di sangue. Dall’osso del sopracciglio, colpito anch’esso, un filo di sangue gli veniva giù nell’occhio e lo accecava; egli fece due o tre passi indietro, senza pur voltarsi, come per fuggire; barcollando, inciampò non so come e cadde lungo e disteso per terra, mentre con crudele esplosione di gioia tutti gli spettatori si mettevano ad applaudire e gridavano: «Viva il Piemonte! Viva l’Italia!»
— E viva davvero! — disse uno dei presenti. — Tu Ernesto hai fatto onore al nostro paese.
Tutti si associarono a queste parole, e il timido Giulio, quasi di soppiatto, prese la destra del cugino, in cui egli vedeva poco meno che un eroe, e la strinse con forza.