— Ed ero troppo certo delle intenzioni del conte presidente mio padre, — continuò il giovane, — per sapere che quest’ultima cosa davvero egli non m’avrebbe perdonata.
— Ma allora, — saltò su la contessa Adelaide, — come fu che quel Matteo credette di poterci scrivere che ci rassicurassimo affatto, poichè quel duello non avrebbe avuto luogo dicerto.
— Egli scrisse così? — domandò meravigliato il figliuolo, a cui balenò un subito e spiacevole sospetto.
— E tal sua lettera fu cagione che ci producesse un colpo ancora più doloroso la notizia dello scontro e dei funesti suoi effetti, cogliendoci alla sprovveduta e facendoci passare dalla sicurezza alla disperazione.
— Che cosa dunque fece credere a Matteo che il duello non avrebbe avuto luogo? Perchè non credo che egli ci abbia voluto ingannare con una affermazione che avesse saputo egli stesso essere una sciocca menzogna. E non credo neppure che sii stato tu ad ingannare lui, dicendo il falso...
— No, padre!... Ma temo pur troppo d’indovinare la ragione su cui quel... quel tale si fondava. I gendarmi mandati per impedire il nostro duello...
Il conte presidente fece un sobbalzo sul suo seggiolone.
— Ah! credi anche tu?... È venuto a me pure un simile sospetto...
— Giurad!... — cominciò il giovane, ma s’interruppe subito, e volgendosi verso la contessa, disse sollecito: — perdono, madre mia, ma è una cosa che mi fa dar nei lumi il pensare che uno, il quale si potè credere agisse per ordine o mio o del conte capo della famiglia Valneve, abbia commesso una simile azione.
— Sì, sì: — aggiunse il padre con accento anche lui di sdegnata contrarietà: — è spiacevole, è doloroso; ma siamo pur conosciuti...