— No! — gridò il conte presidente. — È in questo stesso momento che voi dovete dir tutto: è ora che ve lo comando, ora che mi dovete obbedire.
Ernesto chinò il capo e s’accinse a parlare.
Erano presenti suo padre, sua madre, il fratello, la sorella e il cugino; ed era una dolorosa confessione quella ch’egli aveva da fare; avrebbe dicerto preferito parlare innanzi ai genitori soltanto, ma non pensò neppure di chiedere l’allontanamento dei giovani; egli si sapeva in colpa e credeva che la confessione a cui s’accingeva sarebbe stata una tanto maggiore espiazione di questa sua colpa. I giovani, da parte loro, non osarono accennare nemmanco a partirsene, perchè il conte capo della famiglia non aveva manifestata in alcun modo l’intenzione che essi avessero da ritirarsi e alla volontà del capo, anche tacita, si obbediva da tutti ciecamente.
— Quando io tornai alla cara vita domestica, uscito dall’Accademia, — così egli cominciò, — conoscevo nulla del mondo, e degli uomini quel poco soltanto che avevo potuto imparare in mezzo ai compagni, giovani generosi quasi tutti, a’ quali è ignota la falsità, è in orrore la dissimulazione e la parola non è fatta stromento di inganno e di perfidia. Non avevo idea precisa neppure delle ricchezze, delle condizioni finanziarie della famiglia, dei limiti che la quistione economica deve assegnare a tutti nel soddisfare ai propri desiderii. Mi pareva che ad ogni mio capriccio dovesse soccorrere pronto il mezzo di levarmelo, e siccome di capricci pur troppo ne ho sempre avuti molti, nacque in me un grande sdegno, una specie d’umiliazione, quando mi trovai così presto arrestato nel mio cammino dalla mancanza di denaro. Ella, padre mio, mi dichiarò che nulla avrebbe accresciuto al mensile assegno che aveva stabilito per me, e che dovessi quindi rinserrare le mie spese nei limiti di esso e del mio stipendio da sottotenente.
«Mi perdoni, padre, se le parlo con tutta la schiettezza del mio carattere; mi parve quello poco meno che un torto che mi venisse fatto; ma pure mi sarei adattato a’ suoi voleri, non cercando nemmeno se vi fossero mezzi di procurarmi altrove quel più di denari che richiedevano le mie pazzie, se un serpe tentatore non fosse venuto a mostrarmi il cammino per cui mettermi affine di provvedermi di denaro, e facilitarmene l’accesso, e spingermivi con arte sopraffina; e questi fu Matteo Arpione.
— Lui, che aveva tutta la mia fiducia! — esclamò il conte padre. — Lui che avevo raccolto quasi miserabile!
— Ebbene fu lui che venne, non richiesto, non consultato, a suggerirmi di ricorrere ad imprestiti che egli prometteva procurarmi a patti vantaggiosissimi; lui che mi ottenne denaro a interessi scelleratamente usurarii; lui che mi pose nelle branchie di sfacciati scorticatori, la più vigliacca, infame e sudicia genìa che possa essere al mondo. E sapete che cos’erano quegli sconci animali di rapina di seconda mano? quelle iene affamate che mi sguinzagliava ai fianchi? Niente altro che suoi agenti, suoi uomini di paglia, come s’usa dire, e il denaro che mi procurava a così enorme tasso era il suo, e suoi erano gli spropositati guadagni che ne faceva.
— Lo scellerato!
— Non basta. Gli parve forse che io non sciupassi ancora abbastanza, che io non fossi ancora abbastanza sua preda, e per ingolfarmi peggio in quel pantano, per avermi di più a sua discrezione, volle regalarmi un vizio che almanco non avevo; fece di me un giuocatore.
— Oh come?