— Fino allora i denari gli avevo spesi in grandigie: in cene agli amici, in cavalli, in regali a... questi e a quelli; non li avevo buttati sul tappeto verde che li ingoia come un abisso senza fondo; Matteo fu a consigliarmi, come un buono e facile mezzo di procurarmi denaro, senza spesa nessuna, il tentare la sorte del giuoco.
— Ah! l’infame.
— Mi condusse lui stesso in una bisca: mi assettò lui a un tavolo, mi assistette.... Fosse crudele cilecca del caso, fosse perfidia di quei mascalzoni, e primo fra essi Matteo, i quali volevano tirarmi nella pania così bene che non me ne potessi districar più, da principio guadagnai... Non insisterò su questi vergognosi particolari: il vischio tenace di quella sciaguratissima passione si appiccicò anche a me, e.... fui uno dei più disperati, dei più ostinati e dei meno avventurosi giuocatori...
— Basta! — interruppe con tono di austera severità il conte presidente. — La vostra confessione deve essere finita; non vogliamo intenderne di più. Voi, giovane sconsigliato, avete posto in oblìo quanto dovevate a voi stesso, al nome che portate, alla vecchiaia dei vostri genitori... Vi meritate un doppio rimprovero: pel male a cui vi siete lasciato indurre e pel silenzio che avevate serbato; ma questi rimproveri non li pronunzierà ora il mio labbro, lascio che ve li esprima la vostra stessa coscienza.
Ernesto chinò il capo nella mossa umilissima d’un reo veramente pentito, innanzi al giudice, da cui vorrebbe e non osa implorare clemenza. Egli era pallido come un cadavere, e da circa mezz’ora era assalito tratto tratto da una contrazione, da uno spasimo di nervi che gli scuoteva tutta la persona. La ferita della mano, da tante ore non più medicata, collo strapazzo del viaggio fatto in tanta furia, lo faceva immensamente soffrire.
— Voi dovete ancora... a quel triste uomo che non voglio più nominare? — domandò il padre dopo una breve pausa.
— Sì — mormorò il figliuolo.
— Ebbene, domattina direte all’intendente la somma del vostro debito verso colui... e anche d’ogni altro che possiate avere. L’intendente pagherà, qualunque sacrificio sia necessario di fare per ciò. E intanto darò ordine assoluto che quell’uomo, l’Arpione, non sia più lasciato penetrare, sotto niun pretesto, sotto il tetto della mia casa.
Successe un silenzio grave, che era penoso a tutti i presenti, ma che nessuno sapeva o ardiva interrompere. Il conte presidente, afflitto, turbato, stava con accasciato abbandono nel suo seggiolone, impallidito anch’egli, soffrente, meditando in dolorosa sembianza fra sè, le sopracciglia aggrottate, le labbra fermamente chiuse, gli occhi velati dalle palpebre, le mani strette con forza ai bracciuoli. La contessa Adelaide, collo sguardo mite de’ suoi occhi ancora bellissimi, andava dal volto del marito a quello del figlio, e la sua nobile fisonomia esprimeva pena, pietà e una tormentosa esitazione innanzi all’accigliamento del capo di casa. A togliere tutti da quell’impacciosa situazione, a rompere quel doloroso silenzio venne la visita del medico, mandato a chiamare, cui Tommaso introdusse con sollecita premura.
— Ebbene? Ebbene? — domandò egli con molto interessamento. — Che cos’è? Una ferita al contino?