— Oh no, padre mio — esclamò Ernesto: poi s’accostò al padre e alla madre, baciò loro con reverenza la mano e uscì.
Appena fuori il figliuolo, la contessa domandò con premura al medico:
— Le pare una cosa grave quella ferita?
Il medico, preoccupato dalle triste condizioni in cui aveva trovato la piaga, non pensò neppure in quel primo momento a dissimulare.
— La ferita in sè stessa non sarebbe stato nulla; — rispose: — ma sembra che siasi fatto di tutto per esacerbarla: c’è niente meno che il pericolo del tetano.
Padre e madre gettarono un grido di dolore e spavento.
Il medico volle attenuare le sue parole: disse che questo pericolo si poteva ancora facilmente allontanare: ma il colpo era dato. Il padre, che da parecchio tempo era malaticcio, che quella sera aveva avuto al cuore tante strette dolorosissime, ricevette ora una botta mortale. Egli volle assistere alla medicatura del figlio, non acconsentì a porsi al riposo che quando vide il ferito, affatto calmo, caduto in un sopore che lo ristorava; ma allorchè finalmente si coricò nel suo lettuccio severo, nella camera modesta, ahimè, fu per non levarsene più!
XXXVI.
Matteo Arpione, rimasto a Parma, attendeva con molta impazienza la notizia dell’effetto che avrebbe avuta la rivelazione fatta da lui stesso al direttore della Polizia del luogo e del tempo in cui doveva succedere il duello fra l’ufficiale piemontese e l’ufficiale austriaco. Egli aveva creduto che di quel giorno medesimo il conte di Camporolle sarebbe ritornato a Parma ed avrebbero potuto avere insieme quel colloquio ch’egli assai desiderava in una e temeva. Ma per quante volte e’ si recasse al palazzo abitato dal conte, non mai gli avvenne d’udire nè che il giovane fosse ritornato, nè che alcuna nuova di lui fosse giunta. Inquieto, anzi turbato, egli finì per rivolgersi al Pancrazi medesimo.
Il direttore della Polizia lo accolse accigliato e burbero.