— Loro piemontesi, — disse bruscamente a Matteo, — sono una razza di testardi che vogliono dar del capo anche nel muro. Finiranno per romperselo, glielo dico io. Intanto se Lei s’interessa per quel conte Sangrè di Valneve, gli faccia pur sapere che nei dominii di S. A. sarà assai meglio per lui se non metterà più i piedi. S. A. è in collera, in una collera!... in una collera!... Ed ha ragione: e se quel matto viene ancora a cimentare la bontà di S. A., il serenissimo nostro signore farà benissimo a dargli prove patenti di questa sua giusta collera.

— Ma che cosa è capitato? — domandò Matteo con qualche ansietà.

— Ah! che cosa è capitato? Ma Lei dunque non sa l’impertinenza con cui quello sfacciato nobile piemontese ha osato, in pieno teatro, fissare col suo cannocchiale l’augusta faccia del nostro signor duca? Ma Lei dunque non sa che, sprezzata l’autorità sovrana di S. A. Reale, rappresentata da due gendarmi, quel temerario si fece ardito di violare impudentemente la proibizione fattagli di battersi?

— Come — esclamò l’Arpione con ispiacevole meraviglia. — Si sono battuti?

— Sissignore! — gridò il Pancrazi con isdegno che a Matteo sembrò affatto vero.

— Ma Lei che aveva assicurato?...

— Eh! — interruppe con più ira ancora il direttore di Polizia. — Chi avrebbe potuto supporre tanta impertinenza, tanta pazzia? Varcarono la frontiera per battersi in Piemonte. E quegli stupidi gendarmi non furono capaci di prenderli, arrestarli tutti, duellanti e testimoni, e condurli qua in fortezza, magari colle manette!...

— Anche i testimoni? — esclamò Matteo turbato.

— Sicuro! — affermò con vigore il Pancrazi, scrutando bene la fisonomia del suo interlocutore. — I testimoni sono colpevoli al pari degli altri. Quando udirono l’intimazione fatta a nome di S. A., per obbedienza alla legittima autorità del sovrano, dovevano a ogni modo ritirarsi. La disprezzarono e...

— Ne può loro venire qualche danno? qualche punizione? — domandò l’Arpione, a cui l’inquietudine diede il coraggio d’interrompere il terribile poliziotto.