Matteo Arpione s’inchinò con un’apparenza di convinzione perfettamente simulata.
— Sicuro! — disse. — Tutto quel passato non esiste più.
— Ora, — continuò il poliziotto prendendo sempre meglio un’aria di bonarietà confidenziale, — se a tutti gli uomini rincresce il dividere le buone grazie d’una bella, figuriamoci poi un principe!
E l’usuraio, abbondando anche lui nelle mostre d’un sincero abbandono:
— Capisco! — esclamò. — E non possiamo dargli torto... Io già non gli do torto menomamente.
Erano fronte a fronte due volponi, ciascuno dicerto coll’intesa di servirsi dell’altro come stromento per qualche suo fine; ma intanto sentivano ambedue di avere innanzi un avversario abilissimo e procedevano cauti, guardinghi, chiamando in aiuto tutta la loro finezza ed accortezza in quella gara d’impostura.
— Sia o non sia, — riprese il Pancrazi, — questo non è affar mio e non ci tengo ad appurarlo... ma si crede, e il duca ne ha sospetto, che quella donna è venuta qui non per altro che per raggiungere il conte.
— Il quale però non ha mai saputo, che S. A. avesse un tempo gettato gli occhi su colei.
— Lo credo bene: ma il quale si assicura è pure innamorato pazzo della cosidetta baronessa.
— Oh innamorato!... Oh pazzo poi!... Sa pure anche Lei!... Un giovane che si intoppi con una donna bella ed elegante, la quale gli faccia gli occhi dolci...