— Il guaio sta che la nostra eroina del romanzetto fa al conte assai più che gli occhi dolci; e il diavolo ha voluto che S. A., rivedendo quella maliarda, se n’è incapricciato ancora di più. Questa notte il duca fu da lei: — abbassò ancora più la voce: — e la pettegola seppe metterlo bellamente alla porta.
— O diavolo!
— E v’è di più... Il duca apprese che mentre egli veniva congedato, un altro era nascosto nella camera da letto della sirena e che quest’altro... già la nostra Polizia sa tutto!... quest’altro era il conte di Camporolle.
— Diavolo! Diavolo!
— Può immaginarsi i sentimenti di S. A.!
— Li immagino.
— E questo fortunato rivale, disubbidendo agli ordini del principe, assiste ancora un nemico del suo trono, un indolente che ha bravata l’autorità ducale, un piemontese, in un duello che S. A. voleva assolutamente che non succedesse!
— Ha ragione! — esclamò Matteo facendo l’aria spaventata. — Ha mille ragioni... Quel povero contino, senza badarci, senza volerlo... oh rispondo della innocenza delle sue intenzioni... si è cacciato in uno spineto... Ma nella condizione delle cose, le ripeto, Eccellenza, non sarebbe meglio addirittura ch’e’ non tornasse nemmen più a Parma?
— Le ripeto di no: — disse con autorevole cipiglio il direttore della Polizia. — Venga, anzi, e dimostri colla sua condotta il rispetto e la deferenza pel duca.
— Come sarebbe a dire? Non veder più quella donna?