La donna, lette queste parole, stracciò in minutissimi pezzi la carta e la buttò ancora sul fuoco; si guardò allo specchio, sorrise stranamente e disse fra sè con superba sicurezza:

— Oh so ben io quel che ho da fare!... È da tanto tempo che ci penso!

Prese un elegante foglio di carta profumata e ci scrisse sopra le poche righe che seguono:

«Signore! — Quando ebbi la fortuna di conoscervi a Vienna voi dimostraste per me una benevolenza di cui mi tenni molto onorata e mi sento ancora assai orgogliosa. Quel sentimento è affatto estinto in voi? Se ora, in un’occasione per me difficile, facessi appello alla vostra gentilezza e alla vostra generosità, mi vorreste voi rifiutare il valido aiuto del vostro consiglio? Onoratemi di una visita e vi spiegherò il motivo per cui ricorro con tanta fiducia a voi. — Zoe baronessa di Muldorff.»

Sulla busta in cui chiuse questa letterina, la donna scrisse l’indirizzo: «A sir Tommaso W... ministro di S. A. R. il duca di Parma.»

XXXVII.

Quando Alfredo di Camporolle fu di ritorno a Parma con Pietro Carra, trovò nel salotto Matteo Arpione che s’era piantato là, risoluto a non muoversi più fin dopo avergli parlato, e stava aspettandolo di piè fermo.

— Ah! Ella è pur qui finalmente! — disse l’usuraio al giovane, andandogli incontro con aspetto commosso.

Ma Alfredo lo respinse con un gesto e più coll’espressione fredda e sdegnosa del volto.

— Avete fatto bene ad aspettarmi, — disse, — e a trovarvi qui, subito al mio arrivo; perchè preme anche a me non tardare d’un momento quella spiegazione che è necessaria fra di noi.