— Che vuoi tu? Che vuoi tu? Fa di me quello che brami... comandami... Vuoi che io sia il ferro che colpisca?... ch’io mi faccia lo strumento della tua vendetta?
Si trascinava, strisciava quasi verso di lei; essa immobile lo lasciava accostarsi; il suo sguardo lucente, caldo, profondo, indescrivibile, infernale promettitore di gioie ineffabili, lo fissava, lo attraeva, lo avvolgeva, lo accarezzava.
— E se io, — seguitava Alfredo con voce tanto affannata, che appena poteva formar la parola, — se io un giorno ti venissi innanzi... qui... macchiato di quel sangue?...
Zoe gettò un grido; la sua persona parve farsi più alta; una fiamma le corse negli occhi, sulla fronte, nel sorriso, nei ricciolini agitati della sua chioma che sembrarono sanguigni.
— Se ti dicessi: non c’è più ostacolo fra te e l’uomo che hai detto d’amare; l’autore della tua sventura non è più!... Premiami, sii mia: l’ho ucciso.
La donna aveva data una ratta occhiata all’orologio a pendolo: il tempo che essa aveva calcolato era trascorso. Mandò un altro grido, — un grido di gioia feroce: — d’un balzo da tigre si slanciò su di lui, lo strinse, gli stampò sulle labbra un bacio che era di fuoco, gli susurrò come in un’estasi di vaneggiamento:
— Tua! tua!... Per sempre tua!... Più nissun ostacolo al nostro paradiso... Tu, tu solo saresti l’uomo degno di questa leonessa, tu il mio leone, tu il mio signore, tu il mio Dio!
Quel bacio era un tormento per Alfredo, era una delizia; lo abbruciava, lo inebbriava; mai non aveva sofferto a quel modo, mai non aveva sentito una sì grande voluttà: gli pareva d’essere di più e maggiore di quanto fosse stato mai, si sentiva presso a svenire: mormorava, fremeva, delirava. A un tratto udì un rumore ch’egli non seppe discernere; Zoe si svincolò bruscamente dalle braccia di lui.
— Lasciami!... Zitto! — gli susurrò: — viene alcuno.
E poi con voce ferma, fredda, tranquilla: