Il W... si appressò vieppiù alla donna e con grande interessamento interrogò:
— Come? Come? Perchè?
— Ascoltatemi! — disse la donna colla serietà d’un diplomatico in un congresso; — e voi, che siete di mente acutissima, mi comprenderete subito, senza ch’io abbia bisogno di spiegare troppo diffusamente e troppo minutamente le mie idee.
L’inglese inchinò leggermente la sua rigida persona, aggrottò le folte sopracciglia nel lavoro di concentrazione delle sue facoltà mentali, e stette immobile, senza batter palpebra, ad ascoltare.
— Il Gabinetto di Vienna è stanco di questa continua agitazione in Italia, mantenutavi dai diportamenti del Piemonte, la quale, benchè sorda e impotente a ogni fatto pure turba il quieto andamento della sua politica. Vuole, appena resosi un conto precisamente esatto delle condizioni vere della penisola, dei mezzi e dei propositi della rivoluzione, dei rapporti fra le sette e il Governo subalpino; vuole, dico, agire risolutamente per finirla una buona volta. Il principe K. mi ha pregata di rendergli il servizio di percorrere l’Italia a questo scopo e fargli pervenire la verità, proprio tale e quale. Le informazioni già comunicatemi da Vienna, le referenze che il principe medesimo mi potè dare, e, lasciate ch’io lo dica pure, la mia non inetta attività, mi posero in grado di apprendere a questo riguardo più di quanto sappia altri al mondo, di sapere forse tutto quello che è da sapersi a questo riguardo.
— Ebbene? Ebbene? — fece l’inglese interessatissimo.
— Ebbene, ecco la mia convinzione. I rivoluzionari non potranno mai fare nulla che valga ad atterrare il dominio delle attuali signorie, finchè l’Austria possiede una parte d’Italia. Mancano di mezzi e mancano anche d’eroismo per ciò. Quelli che son pronti a morire per la patria non sono forse pochi, ma non sono molti neppure, e converrebbe per trionfare che fossero tali tutti gl’italiani. Il Piemonte lusinga vanamente gli spiriti liberali delle altre regioni: esso non sarà mai così folle da scendere un’altra volta solo in campo contro l’Austria, e se lo fosse, gli avverrebbe di nuovo quel che già gli avvenne nel 1849. Ma le congiure che serpeggiano per l’Italia, se non riusciranno mai a una vittoria in campo aperto, possono riuscire a qualche isolato colpo temerario di vendetta, dove basti il coraggio d’un disperato o la pazzia d’un fanatico. Il principe K. mi diede una lettera da porre sott’occhio al duca di Parma... e già glie l’ho mostrata... e forse ve ne avrà detto qualche cosa egli stesso?
— No, — rispose Tommaso W...
— E in quella lettera lo avvisa che qui stesso, nella sua capitale, si ordisce una congiura intesa ad assassinarlo.
L’inglese diede in una scossa.