— Sì, signore; ma era così ben camuffato...

— Se l’avesse dinanzi, lei lo riconoscerebbe? — rispose il Pancrazi sogghignando.

— Forse sì, e forse no: — rispose Alfredo.

— Mettiamo pure di no: — soggiunse il poliziotto: — e sa quello che mi pare doverle dire? Che quell’Ambrogio Denti ha un nome affatto diverso, e che probabilmente veniva da tutt’altra città che questa, ed è andato in tutt’altra direzione.

Alfredo non si scoraggiò ancora e pensò parlarne eziandio all’Anviti e poi al W. Il primo non gliene seppe dir nulla; il secondo da principio non diede risposta molto diversa, ma poi ad un tratto, come colpito da un’idea e da un ricordo, esclamò:

— Come? Lei dice... Ambrogio Denti?

— Sì signore.

— Aspetti un poco... Mi pare e non mi pare... Sì, questo nome non mi riesce affatto nuovo... Fra alcuni giorni le saprò dire qualche cosa.

Il conte di Camporolle aspettò cinque, sei, sette giorni; ma l’inglese non tornava mai su questo discorso; e allora una sera, appunto in un ricevimento di Corte, egli ardì tirare in disparte il ministro già cozzone di scuderia e ricordargli la domanda fatta e la risposta che s’era riservato di dare.

— Ah! quel Denti! — esclamò con aria sbadata l’inglese. — La ci tiene proprio?.... Che pazzia!....