E lo sguardo dei suoi occhi grigi si fermava in quel punto sopra una persona che s’avanzava lentamente verso di loro. Era il direttore di polizia Pancrazi.
— Sì, ci tengo... Ne sa qualche cosa? — insistette Alfredo.
— Non ne so nulla, — rispose l’altro, — mi sbagliavo, era una falsa reminiscenza... la verità è che non ho mai sentito menzionare quel nome.
E lasciato lì il giovane, andò a raggiungere il poliziotto, col quale aveva avuto a questo proposito un colloquio alcuni giorni prima, e il quale lo aveva in esso persuaso ch’egli non doveva ricordarsi affatto d’aver mai saputo qualche cosa che riguardasse quel Denti.
Alfredo tornava ad essere a capo della sua pazienza; il soggiorno di Parma gli diventava noioso ed era sul punto di partirsene definitivamente, quando quella tal sera a teatro, mentre se ne stava tutto solo nel suo palchetto, pieno d’uggia e di malavoglia, vide entrare l’inglese Tommaso, il quale, senza neppure salutarlo, gli disse:
— Il teatro è così zeppo che non c’è buco dove ficcare il naso. Ho da soddisfare una curiosità del duca e approfitto del suo palchetto.
— Approfitti pure, — rispose Alfredo. — E che curiosità, se è lecito?
— Una curiosità in gonnella... come quasi sempre, e che sta là in un palchetto dinanzi ad attirare l’attenzione e l’ammirazione di tutti.
Così dicendo volse lo sguardo a quella loggia e stette lì a bocca aperta, strozzando nella gola un goddam!
Anche Alfredo levò gli occhi e guardò; e fu scosso da un tremito, e un’esclamazione soffocata morì sulle sue labbra.