Era la baronessa di Muldorff.
Vestiva di bianco, molto scollacciata, con un vezzo di perle ne’ suoi capelli d’un biondo ardente, quasi rossigno, le labbra più sanguigne che mai, gli occhi più infuocati, le nari più frementi, il sorriso più provocatore, le forme scultorie delle spalle e de! seno spudoratamente ostentate, la mano destra sguantata colle dita cariche di anelli che giocherellava con un piccolo cannocchiale di madreperla. Aveva insieme la sua solita vecchia governante. La sua pallidezza di vampiro faceva spiccare più vivo, più terribile il fuoco infernale degli occhi. Il sogghigno che socchiudeva quelle labbra voluttuosamente rosse, lasciava scorgere i denti color di perla, acuti, piccoli, che, senza saperne il perchè, ricordavano le zanne degli animali feroci. Era bella, trionfalmente, funestamente bella.
Mostrò di non iscorgere nè Alfredo, nè l’inglese; ma appena quest’ultimo si fu partito da quel palchetto, voglioso di recare sollecitamente al duca l’esito della sua esplorazione, ella saettò verso il giovane rimasto solo uno sguardo lungo, carezzevole, ardente, che lo investì tutto di una fiamma, che gli parve un sufficiente compenso alle noie, alle impazienze, alle torture della soverchia attesa che aveva dovuto soffrire.
Dieci minuti dopo, un inserviente del teatro picchiava leggermente al palchetto di Alfredo: veniva a consegnargli un biglietto che aveva recato allor allora per lui un domestico di piazza.
Nel biglietto erano scritte queste semplici parole:
«Stanotte all’una sulla porta del palazzo che abitate.»
VIII.
Sir Tommaso rientrò sollecito nel palchetto del duca.
— Ebbene? — gli gridò questi appena lo scorse: — selvaggina di conto?... Tu hai fatto una faccia, vedendola!...
L’inglese si avvicinò presso presso al principe, e chinandosi famigliarmente verso di lui, gli sussurrò all’orecchio: