— Sì, vado appunto a disporre i miei uomini per la battaglia di questa sera.

— Michele?

— È qui sotto.

— Mandatemelo su un momento.

Michele venne: ebbe coll’avventuriera un colloquio di dieci minuti.

Mezz’ora dopo la baronessa di Muldorff compariva a teatro nel medesimo palchetto che aveva la prima sera, quasi in faccia a quello in cui stava già, impaziente, nervoso, un po’ pallido, il conte Alfredo di Camporolle.

XLII.

Affollatissimo era davvero il teatro, e tutto in preda a una sorda agitazione che pareva foriera e annunziatrice di qualche guaio. Nella platea notavansi gruppi di giovani dall’aria risoluta e irritata, e dal loggione si sporgevano in fuori certi cappelli senza salda sotto la cui tesa tormentata brillavano sguardi audaci e apparivano faccie animate. Il chiacchiericcio che in tutti i teatri d’opera italiani ha barbaramente luogo mentre si rappresenta il melodramma, era quella sera ancora maggiore del solito; aveva anch’esso un non so che d’inquieto, di turbato, di curioso; di tratto in tratto esso taceva subitamente, gli succedeva un silenzio che avreste detto pieno d’aspettazione e gli sguardi dell’affollato pubblico si rivolgevano tutti sospettosamente curiosi verso il palchetto in cui il duca, venuto ancora più presto del solito, in mezzo all’usato suo seguito di cortigiani, ciarlava, sghignazzava, movevasi più agitato, più chiassoso, più petulante d’ogni altra volta.

Egli aveva cambiato il palchetto, era a quello del proscenio di destra e così trovavasi in faccia alla Muldorff: lo aveva fatto apposta, avidamente desioso di vedere quella donna e osservare che contegno tenesse. Di là il duca non poteva scorgere Alfredo nè esserne visto. Intorno gli stavano, come sempre, l’Anviti, sir Tommaso, gli altri ordinari adulatori, e in fondo al palchetto, quasi appiattato, pronto a ricevere gli ordini del principe e a farli eseguire, il direttore della Polizia, Pancrazi.

La comparsa della baronessa fece anche quella sera un grande effetto, benchè l’ambiente fosse così stranamente irrequieto. Tutti i cannocchiali, sì degli uomini che delle donne, si volsero a quella parte; un susurro d’ammirazione, d’invidia corse per quella fitta ressa di teste, per quelle file eleganti di bellezze agghindate. Carlo di Borbone lasciò sfuggire una delle parolaccie del suo dizionario di bestemmie e sconcezze, e piantò fissa la mira del suo cannocchiale sulle spalle della bella donna. Dico sulle spalle, perchè essa, con una noncuranza disdegnosa, venne a sedersi al parapetto voltando la schiena al palco e degnandosi appena di guardare fugacemente col suo cannocchiale di tartaruga qualche acconciatura di signora qua e là. Il duca aveva una smania da non dirsi, di vederla in viso e s’arrabbiava di non poterlo: avrebbe volentieri mandato l’Anviti o qualcun altro dei suoi cagnotti a comandarle di voltarsi verso di lui; ma la conosceva abbastanza per prevedere che simile comando sarebbe stato inutile, e che quella capricciosa, impertinente creatura, sarebbe piuttosto partita senz’altro, che obbedirgli, se non le garbava.