Le prime scene dell’azione coreografica passarono senza incidenti: si notava però una certa impazienza nel pubblico e veniva crescendo l’irrequietudine: finalmente venne il tempo del passo a due, in cui la ballerina milanese doveva comparire. Il duca si sporse ancora più avanti e fulminò tutt’intorno un’altra sua occhiataccia come per intimazione. La Carlotta uscì fuori col suo guarnellino corto, le labbra sorridenti, ma gli occhi un po’ inquieti e la faccia un po’ pallida. Vi fu un alto silenzio. Forse a quei momento, vistisi osservati e accerchiati da poliziotti, i giovani venuti per fischiare sentirono mancarsi il coraggio. Ciascuno aspettava che un altro cominciasse; e quest’altro non trovandosi, la ballerina potè venire alla ribalta e cominciare i suoi passetti.

— Ah, ah! — fece il duca trionfalmente, rivolgendosi ai suoi. — Vedete che cenci bagnati sono tutti codesti bravi miei rivoluzionari di Parma! Non uno che osi zittire! Cheti e mansueti come tanti agnellini di cartapesta. — Scoppiò in una risata. — Par di essere in una chiesa piena di devoti!... Se lo sapeva io!... E vorrei che ci fosse ancora qui quello sciocco di von Klernick perchè ne dicesse le novelle al maresciallo; ma quello stupido s’è andato a far tagliare la faccia da un pigmeo di piemontese!

Il duca rideva e parlava tanto forte che la sua voce, se non le parole, e il suo riso furono intesi per tutto il teatro, come da tutti fu vista le petulante aria di scherno e di trionfo che aveva sulla sua faccia antipatica. L’irritazione crebbe; ma come se non bastasse ancora, per ferire vieppiù il pubblico risentimento, il principe allungò ben bene le braccia fuori del palchetto, si mise ad applaudire e a gridare colla sua voce chioccia: «Brava! Brava!» e tutti quelli che erano nel palchetto con lui ad imitarne l’esempio.

Nel pubblico corse un fremito, come di stupore, — per un momento si stette in silenzio, e quegli applausi di pochi suonarono per la vasta sala non contrastati: poi a un punto, dal loggione, nella parte opposta a quella dove si trovava il duca, partì un fischio forte, fermo, acuto, sonoro, lungo. Carlo III alzò vivamente il capo a guardare colà: vide la faccia energica di Pietro Carra che teneva una grossa chiave bucata alla bocca.

— To'! — esclamò. — Quel birbone del mio sellaio!... Che cosa gli salta a quel miserabile?...

Ma non ebbe tempo a continuare; quel fischio aveva rotto il ghiaccio; da varii altri punti del loggione, della platea scoppiarono sibili, urli, e in mezzo ad essi una voce forte che gridò: «Abbasso l’austriaca!»

Il duca si levò in piedi con impeto, rosso in volto come un galletto e facendo rotare minacciosamente quelle sue vitree pallottole di occhi, fulminò tutto il pubblico d’uno sguardo da Nettuno sdegnato contro i flutti in tempesta; ma nè la sua mossa, nè il rosso della sua collera, nè il lampo delle sue pupille non valsero a racchetare l’uragano; i fischi, le vociaccie, i grugniti, gli «abbasso,» si scatenarono della più bella, coprirono col loro rumore quello della musica, vennero a percuotere come un’onda d’insulti non solo la faccia imbellettata della ballerina, ma la fronte corrugata e i lineamenti contratti per isdegno dei principe. L’agitarsi dei gendarmi travestiti e dei poliziotti frammisti al pubblico per islanciarsi sui fischiatori, afferrarli, trarli fuori di teatro, accrebbe il tumulto, facendo nascere un generale parapiglia. Gli agenti della polizia a procedere troppo manescamente al solito, e da parte degli spettatori, grida, proteste, contrasti, rampogne indignate, qua e là qualche colluttazione. Le donne strillavano e accrescevano l’urlìo: i timidi volevano fuggire e aumentavano il ribollimento, la confusione, lo sconquasso.

XLIII.

La Carlotta, causa o meglio pretesto di tutto quel baccano, aveva dapprima tentato di far fronte al temporale, aveva seguitato a ballare col suo sorriso stampato sulle labbra; ma l’orchestra, benchè continuasse a suonare, non si sentiva più, pareva che gli archetti dei violini per ischerno seguitassero ad agitarsi senza produrre rumore; la povera ballerina divenne pallida pallida pur sotto il belletto, gli occhi le si intorbidarono, e cessato a un tratto di danzare, corse verso le quinte scoppiando in pianto. L’impresario venne mezzo fuori a far capolino, vide quel fragoroso tumulto che pareva dover inabissare il teatro, perdette la bussola e diede ordine senz’altro che si abbassasse il telone. Il quale venne giù lento lento in mezzo a quel chiasso indiavolato; e i suonatori dell’orchestra sbalorditi, assordati, si levarono in piedi e presero a riporre i loro strumenti, con premuroso desiderio di battersela; ma in quella il direttore alzò per fortuna gli occhi verso il palchetto dove era il principe. Questi da rosso era diventato pallido per ira, si agitava sempre ritto al parapetto e moveva le labbra certo a saettare comandi, che in quel fracasso non si sentivano. Ma dal moto violento delle braccia principesche, il capo orchestra e i suoi seguaci capirono che S. A. voleva che nessuno di loro si movesse da posto, e con malcontenta umiltà si rassegnarono a rimanere ed a riprendere i loro strumenti.

Il duca si volse all’interno del palchetto e con labbra tremanti chiamò: