— Pancrazi!

Questi era a due passi da lui e s’inchinò profondamente.

Carlo III, con voce che l’ira mozzava, tormentando colla mano convulsa il cannocchiale, come se stesse per lanciarlo al capo di colui al quale parlava, disse:

— Questo scandalo non avrebbe dovuto succedere... Dovrebbe essere impossibile in Parma, nel Nostro teatro!... innanzi a Noi!... È una vergogna, è un’infamia!

— Altezza, — rispose il poliziotto senza scomporsi, — tutte le disposizioni possibili erano state prese...

— Male! — interruppe con più irosa bruschezza il principe. — Se aveste fatto a dovere, sì brutte cose non si vedrebbero... Ora andate, agite, provvedete; quegli insolenti abbiano una buona lezione, fateli trattare da villani ribelli, come sono, fate loro assaggiare il gusto delle manette e gli agi delle prigioni in fortezza... Animo, senza riguardi, senza sciocchezze di buone maniere.

— Procederò con tutto il rigore: — disse il direttore di Polizia, avviandosi.

Il duca gli gridò dietro:

— Se fra cinque minuti tutti questi botoli che ringhiano non sono ridotti al dovere, guai a voi!

Pancrazi si volse ancora a fare un inchino al principe come affermazione della sua pronta ubbidienza e sparì.