Carlo III comandò al colonnello Anviti:

— Tu va subito da quell’asino d’impresario, digli che faccia riprendere il ballo, e se qualcuno di quei cani d’artisti manca, io caccio in prigione lui, l’impresario, per primo, e il mancante, chiunque sia.

L’Anviti corse come un fulmine.

Il duca si rivolse di nuovo verso il pubblico. In mezzo al tafferuglio sempre maggiore un fischio sì acuto e potente da farsi distinguere, veniva giù da quel punto del loggione donde era partito il primo; era Pietro Carra armato della sua gran chiave.

— Quello scellerato d’un sellaio! — esclamò il principe. — O che non son buoni a pigliarlo?

E in quel momento appunto due gendarmi vestiti da borghesi, fattasi strada a spintoni in mezzo alla folla, furon sopra al sellaio e gli gettarono le loro mani sulle spalle ad abbrancarlo.

Pietro Carra, robusto e colla forza accresciuta dall’indignazione, sorgendo di scatto in piedi, ributtò da sè gli aggressori con un forte pugno nello stomaco per ciascuno. I due gendarmi traballarono e sarebbero caduti sotto quell’urto violento, se la compattezza della folla circostante non li avesse tenuti su.

— Ah! scellerato! birbante! — gridarono: — vi ribellate alla forza pubblica! Siamo gendarmi di S. A.

Il sellaio non istette lì ad ascoltare i loro rimproveri e le imprecazioni; ma trammezzo alla calca degli spettatori, che compiacentemente fecero del loro meglio per lasciargli il varco, scavalcati con agilità da ginnastico i banchi che aveva di dietro, sgattaiolò e in due salti fu al corridoio della scala per scendere all’uscita. Il numero degli agenti della Polizia era però troppo perch’egli potesse scapparla: al grido dei gendarmi: «arrestatelo, arrestatelo,» si gettarono in cinque o sei dietro al fuggente; questi potè pure sbarazzarsi del primo che gli capitò dinanzi, mandandolo a gambe levate; ma in quattro gli piombarono addosso, lo afferrarono, lo percossero, lo gettarono a terra e lottante invano, dopo pestatolo senza pietà, tutto allividito e sanguinoso, lo ammanettarono e a spintoni, a calci, a pugni nelle spalle e nei fianchi, muto, ma terribile nello sguardo, ma schiumante di rabbia la bocca, lo trasportarono quasi di peso alle carceri della Polizia.

— Meno male! — disse il principe. — Hanno preso quel matto di Carra.... Che cosa gli è saltato a costui di pigliarsela a quel modo contro la Carlotta? Un po’ di ombra quieta della prigione e due o tre giorni di pane ed acqua gli metteranno in calma il cervello.