— Fino a nuovo avviso: — ripetè il duca.
Il poliziotto partì per andare ad eseguire gli ordini ducali.
La elegante sala del teatro era rimasta mezzo vuota; quasi tutti tacevano impauriti: appena se qua e là si faceva sentire qualche bisbiglio di voci sommesse: non c’era che il palchetto della baronessa di Muldorff da cui si udiva un gaio chiacchericcio con qualche risatina. Carlo III si mordeva le labbra con un dispetto ogni momento maggiore.
— Ma che cosa fa quell’impresario della malora? — esclamò ad un punto. — Ho ordinato che il ballo si riprendesse: dunque avanti, presto.
Ed ecco appunto in quella presentarsi l’impresario tutto umile e tremante ad annunziare essere impossibile far ballare la Carlotta, perchè questa s’era svenuta, e ora appena tornata in sè dichiarava che non avrebbe potuto far nemmeno un passo, per tutto l’oro del mondo.
Il principe mandò una bestemmia, quale può uscire dalla bocca d’un carrettiere ubbriaco e disse:
— Vedremo se non ballerà questa smorfiosa... Vado a persuaderla... e giuraddio!
Con passo concitato, e seguito dall’impresario tremante, discese dal palco scenico ed entrò con impeto nel camerino della danzatrice.
XLIV.
La Carlotta giaceva abbandonata sopra un sofà, il busto mezzo slacciato, la pettinatura disfatta, le lagrime negli occhi, gemente come una donna che sta per morire o poco meno; intorno le si affaccendava la vecchia che soleva farle l’accompagnatura dappertutto, e le metteva sotto il naso vasetti ed ampolline di profumi e di sali, e le bagnava con una pezzuola umida d’acqua di colonia le tempia e le narici.