Al sentire quella voce, Alfredo fece un brusco movimento di meraviglia e di disgusto; malgrado l’eccitamento de’ suoi sensi e la nebbia d’ebbrezza che avvolgeva il suo spirito, aveva riconosciuto Matteo Arpione.

— Ancora lui! — mormorò egli: — sempre lui!

— Come? — interrogò sollecito e malcontento la spia: — è qualcheduno che Lei conosce?

Il conte gli fece con impazienza cenno che tacesse e chinò l’orecchio alla fessura dell’uscio per udir meglio.

— Fate pure a vostro comodo: — rispondeva la donna: — a qualunque ora torniate, troverete la bottega aperta o non avrete che da picchiare all’imposta perchè vi si apra.

— Già! Sicuro! Brava! — saltò su brontolando il corpulento Melchiorre: — e ti credi forse, femmina senza giudizio, che io stia qui a grattarmi le ginocchia e sbadigliare al soffitto fino alla santa ora per farti piacere? Vado a dormire, io: ho già un sonno che ne casco.

— Vi dico che tornerò presto: — susurrò umilmente l’Arpione.

Ma la donna con accento di sdegnosa impazienza:

— E tu, otre rigonfio, se hai sonno va e sdraiati e russa come un porco che sei, che tu possa dormire cent’anni e mezzo... Starò io stessa qui ad aspettarvi, Matteo.

— Ma non vorrei che vi scomodaste troppo, — disse l’Arpione sempre umile.