Nel gabinetto intanto, Michele aveva, senza punto cerimonie, tratto il conte fino alla panca alla parete, dove lo aveva fatto risedere, dicendogli:

— Per carità, non muova, non zittisca!

Poi, aperto a mezzo l’uscio, aveva messo fuori la sua faccia volgare e non affatto da onest’uomo, e colla voce rauca dell’ubbriaco di liquori e l’accento particolare della parte meno educata e più viziosa della plebe, aveva detto a Melchiorre:

— Olà, vecchio trippone, ancora due bicchierini di cognac, ma di quel famoso, eh! non della solita tua acqua sudicia che dài a’ minchioni.

— Subito, vi servo: — disse il zozzaio andando al banco a prendere la roba.

— Ah! è Michele: — esclamò Antonia, e soggiunse a Matteo, come per levarne ogni sospetto: — un nostro antico e buono avventore.

Michele era sparito; l’Arpione stette un momento infradue. Quella figura di giovane e’ l’aveva vista così poco! era pur facile che lo averla sempre impressa nella mente fosse causa di una momentanea illusione: che probabilità ci era che il conte, forestiero in quella città, con sole attinenze nella più alta sfera sociale, fosse lì, a tal ora, in sì povera bottega, insieme con un ubriaco plebeo, antico avventore di quel luogo? Si persuase d’aver preso uno strano sbaglio, ed uscì sollecito per affrettarsi al palazzo dove abitava il conte Alfredo di Camporolle.

XLVIII.

Alfredo rimaneva accasciato sulla panca dove Michele l’aveva rimesso a sedere; ma quel nome soave che era giunto fino alla sua intelligenza offuscata, il nome di madre, sembrava lottare contro l’influsso dell’ebbrezza e fare in questa uno spiraglio alla ragione; in quella, il suo compagno, preso dalle mani di Melchiorre il vassoio coi due bicchierini di cognac, gli venne presso e ponendogli in pugno uno dei due bicchierini, gli disse con accento quasi d’autorità:

— Animo, cacci giù del gorguzzolo questa porzione di coraggio in liquido, e se l’animo le vacilla...