— Tanto meglio!... E sì che non la è più una giovanetta.... È da quando ero a Torino che non l’ho più vista.... cioè no.... l’ho veduta ancora a Vienna, un momento.... La era allora col principe K.... È lui che l’ha fatta un agente politico di importanza.... Bel colpo! Unire la galanteria, la diplomazia e la polizia!... Che cosa è venuta a far qui?.... Bisognerebbe saperlo.... e intanto per prima cosa sapere dov’è alloggiata.... Saperlo subito, questa sera medesima, hai capito Tommaso?

L’inglese s’inchinò.

— Vado immediatamente, — rispose, e uscì di nuovo sollecito.

Carlo III era veramente punto da una viva curiosità: quella di vedere la donna che gli ricordava certi anni della sua giovinezza, i quali allora gli parevano i più belli e deliziosi della sua vita, come colei, per cui tali anni rivivevano nella sua memoria, parevagli essere stata delle più leggiadre e seducenti fra quante femmine aveva accostato.

Si sporse quanto potè fuor del parapetto della loggia volgendo il muso in su; ma non riuscì a veder altro che un braccio nudo, opulento, elegantemente tornito, di pelle bianca e fine come un raso, sovraccarico di maniglie, e intorno come una nebbia di mussole, di trine e di fiori. Non ci resse più; s’alzò bruscamente a mezzo d’un gran ballabile di tutto il corpo di ballo, in cui ognuna di quelle ninfe in calzoni di maglia cercava di fare un sorriso più affascinatore e più provocante, e uscì con passo affrettato dalla loggia, dicendo ai cortigiani:

— Voi altri non vi movete; vieni tu meco, Anviti.

Il colonnello, uno dei più benevisi del duca fra i petulanti e i prepotenti che gli stavano intorno, imitatori della prepotenza e della petulanza del principe, seguì tosto quest’ultimo.

Alfredo di Camporolle, che aveva allor’allora ricevuto quel certo biglietto e che da questo era stato messo in una viva agitazione, per la speranza che vi aveva attinto di poter ritrovarsi quella stessa notte insieme colla baronessa; Alfredo aveva piantato i gomiti sul cuscinetto del parapetto, teneva con tutte due le mani serrato innanzi agli occhi il cannocchiale e fissava, fissava quella donna, aspettandone, invocandone in cuore, lusingandosi di riceverne un altro sguardo amoroso come quello che gli aveva lanciato poc’anzi, cercando di leggerle per le pupille nell’anima, credendo quasi poterle comunicare così quell’ardore che la vista di lei gli aveva suscitato e che in lui ribolliva. Egli non si accorse neppure che l’uscio del suo palchetto veniva aperto di nuovo, che entravano due uomini con passo affrettato, sicuro e di padronanza, e non si riscosse finchè non sentì una mano posarglisi bruscamente sulla spalla. Rivolse vivamente in su il capo con atto impaziente, pronto a trattare con poca cortesia chi veniva così a disturbarlo, e rimase tutto confuso e meravigliato nel trovarsi innanzi il principe; sorse in piedi e stette lì senza saper trovare parole.

— Lei, conte, — disse con tono scherzoso il duca, — è nel posto migliore per vedere questa nuova bellezza che eccita l’ammirazione di tutto il teatro. Siamo venuti anche noi a profittarne. Ci perdona l’invasione?

— V. A. è padrone: — rispose malvoglioso e più impacciato che mai il giovane; mentre il duca, senza dargli retta altrimenti, si buttava a sedere e appuntava il cannocchiale sulla baronessa.