— Ebbene giura!

Tutti i cospiratori insieme fecero un passo verso il giovane e gridarono all’unisono cupamente:

— Giura!

Alfredo, la sinistra sempre sul crocifisso e il pugnale brandito, ripetè parola per parola tutta quella filastrocca che gli venne suggerita dal capo; e quando la fu terminata, egli con uno scoppio di voce aggiunse di proprio:

— In questo giuramento, signori, c’è un se di troppo. La Provvidenza non ha più da scegliere fra noi chi ha da colpire. Son io quello. Mi sono votato a quest’opera: voi non avete che da aiutare il caso a porgermene la possibilità. Questo pugnale che tengo, lo prendo, è mio fin d’ora: ve lo restituirò lordo dell’abborrito sangue di quel principe degno delle galere.

Un grido di applauso e di entusiasmo uscì dalle undici bocche di quei mascherati e andò a spegnersi nelle pieghe cadenti delle tappezzerie di pesante stoffa nera. Il capo dei congiurati si levò la maschera e corse ad abbracciare il generoso giovane; tutti gli altri ne imitarono l’esempio, e Alfredo si vide circondato da undici faccie di giovani, delle quali parecchie gli erano conosciute per averle incontrate più volte nelle migliori società.

A questa congiura, che fu vera e reale, ma di cui non raccolse traccia la storia, appartenevano individui d’ogni classe, da nobili che avevano attinenze alla Corte, a popolani, come Michele. Quasi tutti, massime dei nobili, vi erano stati spinti da qualche offesa personale ricevuta dal principe, parecchi da oltraggi avuti nell’onore della famiglia; come quasi sempre, era l’odio privato che si ammantava delle apparenze di amore del pubblico bene.

Fatte le mille feste ad Alfredo, il quale così felicemente veniva a togliere tutti gli altri dall’ingrata possibilità di essere trascelto a un atto che a dirlo era una cosa, e a compirlo era un’altra; gli vennero poscia spiegate tutte le intenzioni, le preparazioni e le condizioni della congiura, la quale, a giudizio di tutti, era matura e doveva senza troppo ritardo avere il suo effetto.

Per prima cosa si era stabilito che fra tutti i congiurati si sarebbe estratto a sorte colui che avrebbe dovuto ferire il duca; e ciò si sarebbe fatto solamente all’ultimo istante, per non lasciar troppo tempo sotto l’angosciosa pressione d’un simile pensiero il prescelto. Si sarebbe intanto tutto preparato per approfittare il più presto e il meglio possibile d’ogni occasione che nascesse opportuna al gran colpo, e ove tardasse tale occasione, si sarebbe procurato di farla nascere; e si sarebbero prese tutte le disposizioni più efficaci possibili, perchè chi compieva il fatto, potesse avere il mezzo di scampo; giacchè se ognuno aveva giurato di sacrificare anche la vita, era pure maggior tornaconto di tutti che potesse riuscire a salvarsi. Per tale effetto molti mezzi già erano stati escogitati, anzi preparati e raccolti; si era provveduto per avere pronta a qualunque momento appena fuori delle porte della città una carrozzella con un buonissimo cavallo, e chi forniva questa vettura non sapeva menomamente a chi la fornisse. Si erano stabilite certe corrispondenze in Piemonte, dove, senz’essere informati della ragione, alcuni fidati avrebbero accolto il fuggiasco e procuratone subito l’imbarco a Genova per l’America. Si avevano pronti i denari e i mezzi di farli pervenire nelle mani di taluni, che si sapevano disposti a chiudere un occhio quando la cosa fosse avvenuta, e nel palazzo ducale, e fra i gendarmi, e fra gl’impiegati stessi di Polizia.

Alfredo udì tutti questi particolari sbadato, come se non fosse fatto suo: egli avrebbe ucciso il duca, n’era certo, e questo era il solo suo proposito: di quello che ne sarebbe avvenuto di poi, non se ne dava pensiero: nell’esaltazione in cui si trovava, ripeteva violentemente che di nulla gli sarebbe più importato.