Il duca si gettò sopra una poltrona.

— Aspetterà! — disse. — Sono in troppo buona compagnia.

Zoe, discinta com’era, andò a sederglisi sulle ginocchia.

— O bravo! — esclamò gettandogli intorno al lungo, esile collo le sue braccia da statua greca.

L.

Una buona ora e più passò prima che la Zoe avesse terminata la sua acconciatura, alla quale fino alla fine volle assistere, interrompendola tratto tratto, il duca.

Di quando in quando la cortigiana con uno di quei suoi ghigni che avrebbero fatto dannare un santo e ridere un dannato, diceva:

— Ma, mio caro duchino, va un poco da tua moglie, e in omaggio al suo sangue reale e alla santità del sacramento, non farle perdere la pazienza.

E quel tristo, che non aveva nemmeno tanta verecondia da sentire il suo dovere di far rispettare la compagna legittima dalle donnaccie che bazzicava, ridendo sguaiatamente anche lui, rispondeva:

— Vorrei che la perdesse, la pazienza, e così mi liberasse della noia del colloquio.