La Zoe si mostrò abilmente spaventata a tale idea; e questo bastò per farvici incocciare vieppiù il caparbio principe.
— Sì, certo, tu uscirai di lì, e io ti accompagnerò fino all’anticamera.
S’avviarono difatti, chiaccherando forte, ridendo, come uno studente e una sartina che hanno avuto il loro primo ritrovo amoroso; ma penetrando nella gran sala, che dovevano attraversare, la donna che veniva prima e sghignazzava appunto della più bella, tacque di subito e si ritrasse un pochino indietro, quasi volesse evitare di introdursi in quel luogo e anzi fuggirne.
— Che cos’è? — disse il duca passandole innanzi; e vide dalla parte opposta della sala, dritta presso il camino, appoggiato un gomito alla spalliera d’un sofà, pallida, guardando fisso verso di loro, la duchessa.
Era una donna di statura poco alta, di corpo grosso, già afflitta, benchè giovane, di quella pinguedine che in tutti i veri Borboni venne a guastare la finezza del tipo della loro famiglia. Non era molto bella, nè i lineamenti piuttosto risentiti si vantaggiavano di molta espressione; ma nel complesso della sua figura notavasi pure una certa dignità, nel contegno e nello sguardo una nobiltà nativa che imponevano, se non simpatia, alquanto di rispetto.
— Ah voi, duchessa! — fece Carlo III, inoltrandosi col suo fare dinoccolato e petulante.
La duchessa levò un po’ più la testa e disse superbamente:
— Vi ho mandato a chiamare; ed è un’ora che aspetto.
Si sentiva nella frase e nell’accento la discendente di quel Luigi XIV che aveva detto il famoso: «J’ai failli attendre.»
Il duca si sentì venir rosso e si arrabbiò di arrossire; rispose grossolanamente: