— E se non volevate più aspettare, potevate andarvene. Io, grazie a Dio, non ho da stare ai cenni di nessuno.
La duchessa non rispose; strinse sottilmente le labbra e fece chinare innanzi ai suoi gli occhi insolenti e mobili del marito.
Zoe si era abbassato il velo sulla faccia e s’avanzava umilmente a capo chino: quando si trovò sotto il fuoco di quegli sguardi indignati della duchessa, strisciò una profonda riverenza. La principessa la coprì d’un ratto sguardo di disprezzo che alla cortigiana parve la investisse dal capo alle piante di un gelo, e poi voltò lentamente il viso da un’altra parte. Il sangue della avventuriera le ribollì nelle vene a quello che in quel momento parve a lei il maggiore, il più offensivo e crudele segno di disprezzo che avesse mai ricevuto. Si curvò pel primissimo istante sotto quel tacito oltraggio che come un peso cadutole sul capo la oppresse; ma non tardò a riagire e ribellarsi la temerità della sua indole perversa e sfacciata; la si trasse indietro dal volto il velo che ne copriva le fattezze, quasi ad umiliare colla sua bellezza di cortigiana la mancanza di seduzioni della donna superba che vantava sangue di stirpe da tanti secoli reale e diritti onorati di moglie legittima; sulle guancie di quel suo pallore marmoreo lo sdegno aveva chiamato un lieve rossore, che pareva una fiamma interna che desse riflessi di luce rosata a un involucro d’alabastro; i suoi occhi brillavano con quel fuoco inesprimibile, con quella intensità impareggiabile che abbiamo già più volte notata; si drizzò anch’essa della persona molto più alta, spigliata e di forme eleganti che non quella della duchessa, avvolse quest’ultima in una occhiata piena di insolente commiserazione, e poi ripresa tutta l’agiata, famigliare libertà di modi e la scurrile ilarità che aveva dapprima, continuò il suo cammino verso la porta, dove giunta, si fermò un momentino a voltarsi indietro, a saettare d’uno sguardo acuto, incisivo, maligno la duchessa sempre immobile al suo posto e il duca che le sorrideva sguaiatamente sfrontato, e disse a costui coll’accento con cui quella sorta di miserabili donne parlano ai loro amanti d’un’ora:
— Duca mio caro, sai pure il proverbio: dopo il peccato la penitenza... Ti lascio a questo dovere di buon cristiano.
E dando in una risatina, sparì dietro la portiera dell’uscio.
La duchessa trasalì come trafitta inaspettatamente da una punta: arrossò sino alla fronte; si volse ratta — non verso quella ignobil donna che l’aveva insultata — verso il marito che, come tale, come cavaliere, come sovrano le doveva protezione e giustizia, e attese una sollecita repressione, una subita vendetta di quell’oltraggio. Carlo III rideva come aveva riso quella femmina e diceva quasi in tono di apologia:
— Che matta!... Già fu sempre tale e quale! una testa bizzarra che se le viene alla lingua un epigramma, nemmeno il diavolo glie lo fa ricacciare in gola.
Cresciuto ancora il rossore delle guancie, la principessa fece due o tre passi con impeto verso il marito: ma poi si fermò, ben lasciò scorgere la molta forza che dovette fare su sè stessa per frenarsi, si morse le labbra, divenne pallida e dopo un istante, con voce contenuta, commossa, piena di nobile dignità disse:
— Credevo che almeno qui, in casa mia, avreste sentito il dovere, per vostro stesso decoro, di rispettare la madre di vostro figlio, la sorella di Enrico V.
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