Il colloquio fu lungo, animatissimo, tale che il duca, stizzoso e prepotente com’era, a un punto dovette perdere affatto il lume della ragione. Parecchi impiegati di Corte e servi, dalle stanze vicine, benchè gli usci fossero chiusi, udirono gli scoppi della collera di Carlo III, a cui con indegnata parola venivano dalla moglie rinfacciati i torti vergognosi davvero dell’uomo, del marito, del principe.
A un tratto da mani concitate si spalancarono gli usci che mettevano da una parte al quartiere del duca, dall’altra a quello della duchessa, e i due corsero ciascuno nelle proprie stanze, come se si fuggissero a vicenda. Il principe ordinò che si attaccasse una quadriglia a un phaéton che avrebbe condotto egli stesso a passeggio per la sua buona città di Parma; la principessa, bianca come un cencio, sconvolta, le labbra allividite, gli occhi bassi, andò a rinchiudersi nella sua camera e per delle ore non vi lasciò entrare nessuno: e la attendente che quella mattina era di servizio, narrò poi che traverso l’uscio l’aveva sentita a piangere disperatamente con singhiozzi dolorosissimi.
LI.
Matteo, affrettatosi al palazzo abitato dal conte di Camporolle, la sera prima, aveva provata non poca contrarietà nell’apprendere che il giovane, benchè l’ora fosse già tarda, non era ancora rientrato. Era rimasto ad aspettarlo, e a seconda che il tempo passava, egli sentiva accrescersi un ansioso timore, tanto che ad un punto non ci potè più reggere, e quantunque sapesse che il giovane l’avrebbe di ciò rampognato, volle andarsene a cercare di lui al teatro, dove credeva per cosa sicura ch’egli si trovasse. Giunse che lo spettacolo era appunto finito e le porte si chiudevano alle spalle degli ultimi che uscivano fra i pochi rimasti a godersi intiera la serata dopo i guai che abbiamo visto. Ma se nell’interno del teatro la violenta repressione aveva fatto il silenzio ed il vuoto, di fuori nella piazza era continuata una vivace agitazione in innumerevoli capannelli che si formavano qua e là, e sciolti dai gendarmi, andavano a riunirsi più lontano, ne’ quali si discorreva animatamente dei fatti avvenuti, e come suole, si esageravano anche le vicende e se ne inventavano di pianta.
Quando Matteo sopravvenne, quell’agitazione era tutt’altro che finita; anzi nemmeno scemata; ed egli, da brandelli di discorsi che colse a volo qua e là passando in mezzo ai gruppi, potè indovinare gran parte di quello che era avvenuto. Il suo timore riguardo ad Alfredo s’accrebbe e prese corpo: nulla era di più facile che anche il giovane avesse partecipato a quelle dimostrazioni e contasse nel numero di quei tanti arrestati di cui aveva udito far cenno, numero che le ciarle della gente accrescevano ancora. Siccome da nessuna parte egli aveva potuto vedere il giovane, e se questi fosse andato a casa, per istrada avrebbero dovuto incontrarsi, Matteo pensava già di rivolgersi senza indugio a domandarne al direttore medesimo della Polizia, dal quale credeva di aver buona ragione per aspettarsi sollecito ricevimento e soddisfacente risposta; quando in un crocchio di persone che agli abiti apparivano appartenere alla classe più elevata, udì, in mezzo all’animatissimo discorso, pronunziare il nome del conte. S’accostò, tese le orecchie e quello che potè afferrare dalle parole riguardanti Alfredo, fu tale da dargli il coraggio di frammettersi a quel gruppo e supplicare gli dicessero chiaramente e particolareggiatamente tutto quello che era capitato al conte di Camporolle, poichè egli era un servitore devotissimo di quel giovane e veniva appunto in cerca di lui.
I cortigiani presenti all’indegno rabbuffo del principe contro Alfredo avevano raccontato la scena, e colle immanchevoli frangie la novella n’era corsa rapidamente per la parte più signorile del pubblico; i signori interrogati da Matteo, poterono al vecchio narrare tutto il vero e più del vero. Terminando, e’ credettero però di poter assicurare chi con tanta passione li interrogava, che il conte non era stato arrestato, perchè lo si aveva visto uscire precipitosamente, affatto libero, da teatro e correre via come un matto.
Matteo ringraziò, e poichè non sapeva dove avrebbe potuto andare a cercare del giovane, più angosciato di quando era venuto, se ne tornò alla casa di Alfredo sperando di trovarlo rientrato. S’ingannava. Passarono ancora delle ore, lunghe pel vecchio ed angosciose, prima che il conte comparisse. L’Arpione gli corse incontro; ma l’ebbe appena scorto che esclamò dolorosamente:
— Gran Dio! Donde viene?... Lei soffre!
Alfredo faceva davvero pena a vedersi. L’ebbrezza non ancora cessata, la terribile concitazione dell’animo e la febbre del cervello e del sangue che lo tormentava, avevano traccie tremende sul volto allividito, contratto, negli occhi infossati, nelle chiome scarmigliate, nei panni scomposti del misero giovane. Barcollante egli si appoggiò a una mensola, e con isguardo e accento pieni di sprezzosa ripulsione, disse a Matteo che gli si accostava come per sovvenirlo e tendeva le mani quasi a sorreggerlo:
— State in là... voi! Non mi toccate!... Sempre voi! Che cosa mi volete ancora?... Non vi ho detto di lasciarmi?