— Voi sapete quello che mi è capitato? — interruppe violentemente.

— Ho sentito qualche vaga parola: — balbettò l’Arpione che non sapeva bene come regolarsi.

Il giovane si coprì colle mani la faccia.

— Ah se ne parla!... Ben lo dovevo prevedere... Per quanti giorni sarà l’argomento delle ciarle di tutta Parma!.... O mia vergogna!

— Ma no, ma no: — s’affrettò a dire Matteo, sperando distrurre il cattivo effetto delle sue prime parole. — Non c’è vergogna di sorta: la brutta figura è tutta per quel prepotente....

Alfredo, senza badargli, lo sguardo smarrito, i denti stretti, diceva a sè stesso con fremito di rabbia:

— La vergogna sarà lavata... Vedranno tutti se io ingoio l’oltraggio e mi taccio... Ah! la punizione, la vendetta sarà pari all’offesa...

— Che cosa? Che cosa dice? Che cosa pensa, signor Alfredo? — saltò su il vecchio spaventato. — Spero bene che le son codeste sue parole in aria, e che la non avrà la pazzia di voler lottare contro quel cattivo principe che può schiacciarla...

— Voglio.... voglio.... quel che voglio lo so io.

— Dia retta a me, non immagini delle pazzie... Vede bene che se avesse accettato il mio consiglio, si sarebbe risparmiato una brutta sera... Ebbene, quel consiglio medesimo, che le ho dato questa mattina, è ancora il migliore pel presente. Parta, signor conte, abbandoni quest’infelice paese...