— Oh oh! cospetto!... Chi lo direbbe a vederla?... Un mostro di virtù.

Si curvò sul principe che stava sempre intento a guardarla, ed a cui essa non faceva la menoma attenzione.

— Sente V. A.? — gli disse ridendo. — Qui il conte ci afferma che è una Lucrezia romana... prima di Tarquinio.

— Davvero? — esclamò beffardamente il duca con un sogghigno che spiacque molto al povero Alfredo. — Oh son proprio curioso di conoscerne qualcuna di codeste eroine.... Non ne ho mai incontrato nessuna finora!....

— E V. A. correrebbe anche il rischio d’esserne il Tarquinio?

— Rischio? — disse il principe levando le spalle: — non ce n’è più nessuno di rischi.... La semenza dei Bruti è andata persa affatto.

— E con ragione: — ribattè il cortigiano ridendo: — erano maniere troppo brutali per un secolo civile come il nostro.

Alfredo ascoltava quei discorsi con una malavoglia, con un disagio che non sapeva spiegarsi egli stesso; l’attenzione, l’interessamento che il principe mostrava per la baronessa, gli davano sospetto, dispiacere e rabbia; avrebbe voluto interloquire, rintuzzare l’impertinenza di quelle parole, e non osava, e non gli veniva neppure alle labbra cosa che gli paresse acconcia da dirsi.

A toglierlo da quel suo disagio sopraggiunse un ufficiale d’ordinanza del principe.

— Altezza, — disse quest’ufficiale, inchinandosi verso il duca: — c’è il capitano degli ulani austriaci Imperatore Nicolò, il conte von Klernick; il quale supplica di aver l’onore di presentare i suoi omaggi a V. A.