— Eh mio caro! — rispose Melchiorre: — il commercio è il commercio.

Michele tracannò d’un fiato il liquore, gettò due soldi sul banco e uscì dicendo:

— A domattina.

Il zozzaio prese tranquillamente le monete e le ripose nel cassetto; ma in quella trasalì a una ben nota voce che gli gridava alle spalle indignata:

— Ah cane traditore!

Si volse spaventato, e si vide innanzi la moglie accesa nel viso e colle mani sui fianchi.

LIV.

La battaglia fra marito e moglie, come era facilmente prevedibile da chiunque conoscesse l’uno e l’altra, riuscì una sollecita e completa vittoria della seconda; anzi non vi fu neppure una vera battaglia, perchè quel ciccione di Melchiorre, mettendo sopra ogni altra considerazione quella del suo quieto vivere, tentò appena una mostra di resistenza col negare, e visto che l’Antonia aveva udito abbastanza da sapere più della metà e da indovinare il resto, si arrese, senz’altro, a discrezione, cedendo armi e bagagli, cioè spifferando ogni minima cosa dall’a alla zita.

Le rivelazioni di Melchiorre, comunicate a Matteo Arpione, suscitarono in costui un mondo di congetture. Poteva essere benissimo che chi si raccoglieva in quei locali di notte con tante cautele, fosse un branco di giovani viziosi che vi facessero orgie segrete, come Michele aveva detto al zozzaio: ma appunto lo averlo detto costui faceva nascere il dubbio che così non fosse. Per qual ragione lo stesso Michele aveva condotto fino a quell’estremo capo della città il giovane Alfredo, se non per farlo penetrare in quella segreta congrega? Era egli ammessibile che fossero venuti sì lontano dal teatro, onde il conte era uscito, solamente per bere un cattivo ponce in uno spaccio di sì bassa sfera? E se Alfredo veniva introdotto in quella misteriosa ragunata era da supporsi che vi si conducesse per desiderio o curiosità di lussuriosi diletti che là si godessero, lui che era di corretti costumi, e in una sera come quella, quando l’animo sconvolto doveva essere acconcio piuttosto a tutt’altro? I discorsi audacemente rivoluzionarii uditi dall’Arpione medesimo in bocca a Michele; la rabbia che aveva di certo destata in Alfredo l’indegno tratto del principe; le interrotte parole che erano sfuggite al giovane durante il delirio, tutto concorreva a fare argomentare che ben diverso dall’accennato era lo scopo di quelle notturne assemblee. Matteo ne conchiuse che lì v’era il pericolo imminente, da cui si doveva salvare il conte; e perciò determinò di venire in chiaro d’ogni cosa con ogni qualunque mezzo possibile, prevedendo e sperando che appunto dalla conoscenza dell’intera verità avrebbe attinto un modo sicuro di salute.

Melchiorre, completamente guadagnato alla parte di sua moglie e di Matteo, il quale gli fece capire che l’avrebbe compensato anche meglio di quanto farebbero gli avversari, promise che a Michele, allorchè tornasse per le informazioni richieste, avrebbe risposto nient’altro se non che l’ospite di sua moglie era un antico maggiordomo del conte di Camporolle, il quale trovavasi a Parma per rendere ancora certi conti al suo già padrone; e promise in pari tempo che avrebbe comunicato ai soci ogni menoma cosa gli capitasse riguardo a quella misteriosa faccenda.