Matteo intanto per primo, s’era proposto di scoprire un nome almeno di coloro che partecipavano a quelle riunioni, e di appurare quando, come, con qual frequenza si radunassero. Aveva inteso da Melchiorre che la mesata gli si doveva ancora pagare; che l’altra volta gli era stata data da un uomo accuratamente coperto di mantello e nascosta la faccia nelle pieghe di esso, il quale, entrando di fretta, mentre non c’era nessuno in bottega, gli aveva gettato sul banco un rotolino di monete avviluppate nella carta con queste parole: «Eccovi il denaro che aspettate per quello che sapete;» e poi era fuggito; e che senza dubbio, dopo la sfuriata da lui fatta a Michele, o quel giorno stesso o il domani al più tardi, il gruppetto sarebbe venuto; ed egli determinò di fare in modo da poter vedere codesto messo. Si appostò pertanto nello stanzino ed ebbe la pazienza di starci appiattato quasi tutte le ore del giorno.
La sua pazienza fu ricompensata; quando si era già sull’imbrunire, l’uomo immantellato, appuntino come aveva detto Melchiorre, entrò sollecito, gettò il gruzzolo, disse le medesime parole dell’altra volta, e via. Melchiorre, come si era convenuto fra di loro, battè ratto nei vetri dell’uscio, dietro il quale stava aspettando l’Arpione; e questi saltò fuori.
— È venuto! — susurrò il zozzaio. — È appena uscito.
Matteo non istette ad ascoltar altro, si slanciò fuori della bottega, e nella strada che cominciava a diventar buia e in quel momento affatto deserta, vide alla distanza di cinque o sei passi un uomo che camminava affrettato. Si mise a seguirlo con felina precauzione.
Quel tale, non accortosi menomamente di essere così pedinato, quando fu in istrade più frequentate rallentò il passo, lasciò cadere dal volto la falda del mantello con cui si era coperto fin’allora i lineamenti, e prese l’andatura tranquilla di un uomo che non ha cosa che gli prema; dopo un poco, Matteo lo vide entrare in un bel palazzo nel centro di una delle principali e più signorili strade, vide che scambiò qualche parola con accento famigliare col portinaio che accendeva il lampione sotto l’atrio e poi salì la grande scala. Matteo non aspettò che mezzo minuto e quindi si presentò al portiere che rientrava nel suo camerino:
— Scusi, — gli disse parlandogli in pretto piemontese, — è ben venuto qui adesso adesso il signor?...
E disse il primo nome che gli venne a mente.
Il portinaio lo squadrò da capo a piedi colla superbia che è doverosa in un custode di suntuoso palazzo appartenente a nobile famiglia, e rispose altezzosamente:
— Siete matto brav’uomo...
— Mi perdoni, — insistette umilissimamente Matteo. — Se l’ho visto!... Ha parlato con Lei...