Matteo si ritirò senza insistere, promettendo a sè stesso di venire più volte al giorno a prendere le nuove del malato e di cercare intanto ogni modo per togliere Alfredo appena guarito ai pericoli da cui lo vedeva circondato.
Il giovane intanto che così assolutamente aveva comandato si respingesse ogni visita di Matteo, attendeva con ansia e con qualche speranza una visita che lo avrebbe fatto lieto: quella della Zoe. Gli pareva impossibile che essa, ricevendo l’annunzio della malattia di lui, non accorresse sollecita e amorevole a vederlo, a confortarlo, a prestargli quelle cure dell’affetto che sono più efficaci di ogni farmaco alla salute di persona delicata e sensibile. Ma il povero Alfredo attese invano, la baronessa non venne.
Quando Michele ebbe raccontato a quella donna tutto quanto era avvenuto al conte, essa aggrottò corrucciatamente le sopracciglia e piegò le labbra a un sogghigno pieno di amaro scherno.
— Svenutosi!... Ammalato!... La febbre! — esclamò con accento sprezzante. — Mi sono dunque ingannata? Non è che una femminuccia?... Non sarà mai l’uomo ch’io cerco. Ho sciupato tempo ed arte!
Ella non sapeva che l’uomo cui essa desiderava così intensamente di ritrovare, il destino stava per suscitarlo appunto in quei giorni, appunto in quei momenti.
LV.
Alfredo, fuggito di teatro e portato inconsciamente dalle gambe innanzi al palazzo della Zoe, nell’oscurità della strada, non aveva visto altro lume fuor quello che filtrava dai vetri d’un’umile finestra della povera casa che trovavasi di prospetto alla sontuosa abitazione dell’avventuriera. Ho già detto che quella modesta luce illuminava la veglia d’una buona moglie, d’un’eccellente madre di famiglia, che lavorando attendeva ansiosamente il ritorno in casa del marito, del padre de’ suoi bambini che dormivano tranquilli nella culla in quella medesima camera, il quale padre e marito, non era altri che Pietro Carra.
Questi, tornato col conte di Camporolle da Castel San Giovanni, aveva udito, non senza molto dispetto, dalle ciance della città, che erano pur venute a far capo alla sua bottega, come la Carlotta danzatrice, sua cugina, avesse dato tanto scandaloso spettacolo di sè, comparendo per le strade di Parma in carrozza col duca. L’onorato popolano s’arrabbiò maledettamente e del fatto in sè stesso che una donna a lui congiunta per sì stretto vincolo di sangue, si disonorasse in tal guisa, con tanta sfacciataggine spregiando gli ammonimenti ch’egli stesso le aveva dato; e del sospetto che poteva nascere nei maligni, e i maligni abbondano sempre, ch’egli, pur sellaio del duca, potesse vedere con occhio tollerante il disonore della cugina, e fors’anco vantaggiarsene. Per ciò prese parte attivissima all’accordo che nella giornata si fece fra la gioventù liberale di fischiare sonoramente quella sera la ballerina; e abbiamo veduto come egli concorresse all’esecuzione del disegno, e così bene che venne tratto in fortezza, e, per ordine espresso del duca, posto ai ferri.
È facile immaginarsi con che spasimo d’inquietudine la povera di lui moglie vedesse giungere il mattino, senza che Pietro comparisse; e come tosto, appena l’ora glielo permise, ella s’affannasse in cerca di informazioni. Non ebbe molto da fare per apprendere tutta la verità, perchè in tutta Parma non si parlava che dei fatti della sera precedente, e non solo l’arresto del Carra, ma le fiere parole pronunciate dal principe contro di lui erano a conoscenza di tutti.
La moglie disperata corse alla polizia per supplicare il suo uomo le fosse restituito, le venisse almeno concesso di vederlo: ebbe in risposta che la sorte dell’arrestato era nel beneplacito del duca, e che quanto a vederlo nessuno lo avrebbe potuto se non dietro un permesso esplicito del principe medesimo. La povera donna, stimolata dal suo grande amore pel marito, ebbe l’infelice ispirazione e il malaugurato coraggio di presentarsi a palazzo per supplicare essa stessa il principe, e affacciandosi timidamente sotto quel portone di cui le sentinelle stavano per impedirle l’ingresso, ebbe la sventura di incontrarvi il tenente colonnello conte Luigi Anviti.