Carlo III salì su tutte le furie e mandò in casa del sellaio due staffieri che lo prendessero seco e anche colla violenza, se era necessario, lo conducessero subito al suo cospetto.
Pietro Carra non potè esimersi dal seguire gli uomini del principe; ma con qual animo così facesse, ve lo lascio pensare.
Il duca, siccome soleva quasi ogni giorno, era uscito a piedi, il suo frustino in mano, e, accompagnato da due o tre dei suoi cagnotti, fra cui l’antipatico e odiatissimo Anviti, se ne veniva giù dalla piazza grande, allorchè s’incontrò col Carra e la sua scorta che lo guidava a palazzo. Si fermò di botto e fe’ cenno al sellaio che gli si avvicinasse. Pietro obbedì, fremendo, e si piantò a tre o quattro passi dal duca, pallido, gli occhi bassi, tormentando con mano contratta il suo cappello a cencio che s’era levato. La presenza dell’Anviti, che aveva la solita aria prepotente e beffarda, copia scimmiesca di quella del principe, non era fatta per temperare l’ira che ribolliva nell’animo dell’onesto operaio. Per la piazza eranvi naturalmente gruppi di sfaccendati e va e vieni di passeggeri.
— E dunque — cominciò il duca alzando la voce, — codesti finimenti non me li hai voluti finire?
— Non ho potuto: — disse il Carra coi denti serrati.
— Che cosa dici? — riprese il principe parlando ancor più forte. — Alza il muso e pronunzia chiaro se vuoi che t’intenda. Il vero è che sei un poltrone e che invece di lavorare, com’è tuo dovere, ti piace fare il poffarbacco dove non dovresti. Or dunque metti testa a partito e ricorda bene che s’io posso perdonare una volta, sono tanto più severo alla seconda. Quando mi darai quel lavoro?
— Non glielo darò: — rispose con voce sorda il sellaio.
— Come?... Ripeti un poco! — gridò il duca accostandoglisi d’un passo con aria minacciosa.
Pietro non si mosse.
— Che non glielo darò: — ripetè. Intanto il suo sguardo s’alzò da terra e gettò un lampo d’odio indomabile, che corse dalla faccia del duca a quella dell’Anviti.