— E perchè? — domandò il duca ghignando e agitando colla mano il frustino.
— Perchè non voglio più lavorare nè per lei, nè pe’ suoi pari.
Carlo III arrossì, e con motto ratto come un lampo alzò la mano e il suo frustino segnò una riga rossa sulla faccia pallida di Pietro Carra.
Questi non mandò una voce, non fece un moto, restò come impietrato, solamente divenne più pallido ancora e gli occhi gli si oscurarono un’istante, come a chi sta per isvenire. Diffatti per un minuto secondo non ebbe coscienza di sè; quando tornò alla pienezza de’ suoi sensi, quando il sangue a fiotti gli si precipitò alla testa, quando guardò intorno a sè fieramente, selvaggiamente, travide il duca che s’allontanava sghignazzando co’ suoi che sghignazzavano, e faccie curiose, indignate, compassionevoli di passeggeri che si erano fermati a guardarlo. Si piantò fino sugli occhi il cappello, si sferrò dal posto e corse a rinchiudersi di nuovo in casa.
Quella stessa sera Michele recava alla Zoe un pezzettino di carta su cui erano scritte con carattere falsato, ma che la donna sapeva bene a chi apparteneva, queste parole:
«L’uomo è trovato!»
LVI.
Il medico aveva avuto ragione, e secondo quanto era stato da lui preveduto, tre giorni dopo, Alfredo poteva scendere di letto e venir dichiarato in piena convalescenza. Ma se il corpo in lui era guarito rapidamente, infermo più che mai poteva dirsene il morale. La baronessa di Muldorff non erasi mai fatta viva per lui: e ciò gli cagionava un rabbioso dolore: pensava alle mormorazioni che in Parma avevano dicerto accompagnato e accompagnavano tuttavia il suo nome dopo la vergognosa scena del teatro e la sua stessa scomparsa che tutti avranno attribuito senza dubbio a viltà. Il suo odio contro il duca e la feroce smania di vendetta duravano in lui, non punto scemati; da solo nella sua camera accarezzava il manico del pugnale, faceva luccicare in aria la lama, brandendola, fingendo di ferire, esercitandosi al colpo. Ma per prima cosa voleva rivedere la Zoe; e appena si sentì abbastanza forte da far la strada, si affrettò verso il palazzo di lei.
La perfida donna aveva di già usato molte arti verso quel povero giovane a farnelo sua vittima: blandizie, ripulse, trasporti, ardenza di passione, umiltà di supplicante, imperiosa supremazia di donna conscia d’essere amata, sommessione ammirativa di donna che ama; eppure ora seppe trovare una nuova maniera di sconvolgerne l’anima, di addolorarne lo spirito, di raggirarne la volontà. Prese aspetto, contegno, tono di donna pietosa, compassionevole, che commisera l’impotente debolezza di qualcheduno: un po’ della madre che consola un bambino a cui si è fatto assai torti e che non può rivalersene, un po’ della suora di carità che vuole temperare a un infelice affidato alle sue cure l’ira e il dolore d’un malanno sofferto, contro cui non ha mezzo di riagire: un tutto insieme che urtò, umiliò, irritò Alfredo, senza ch’egli avesse pur mezzo da mostrarsene risentito. Gli disse che nell’apprendere il scellerato tratto del duca verso di lui ella aveva pianto, che avrebbe voluto esser lei un uomo per poter difendere, vendicare un giovane così buono, così eccellente, così degno d’ogni riguardo.
— Ma io lo sono, un uomo! — Aveva qui interrotto Alfredo, che si sentiva fremere tutti i nervi; — e io, senza aiuto d’altri, mi vendicherò.