Le parole scritte a mano erano le seguenti:

«Non voglio che questo tristo annunzio t’arrivi come a un indifferente, senza una mia parola.

«Scrivo male; sono oppresso dal dolore; scrivo colla mano sinistra, chè la destra chi sa per quanto tempo non la potrò ancora adoperare.

«Ho un gran rimorso: un rimorso che accompagnerà tutta la mia vita. Io sono che ho affrettato la morte del mio povero padre!.... Compatiscimi. — Ernesto.»

Questa lettera fece uno strano e funesto effetto sull’animo di Alfredo. Gli parve di vedere sorgersi innanzi la simpatica, gentile, elegante figura del giovane gentiluomo, del piccolo ma valoroso ufficiale piemontese, col suo sorriso grazioso ed arguto, con quell’aria che lo circondava di aristocratica dignità e cortesia; ma ciò non solo: gli sembrò eziandio vicino a quella di lui, scorgere disegnarsi vagamente, leggermente un’altra figura, sottile, vaporosa quasi da non potersi dire terrena, la figura d’una giovinetta di cui aveva visto un solo momento il ritratto in miniatura, e della quale il nome che ora leggeva stampato in quella lettera mortuaria, Albina, gli pareva contenere un’armonia intima, soave, piena di nobili promesse, di alti sentimenti, di non so che di sublime. Fu come tratto via da quell’ambiente di concitamento, d’irritazione, di tormentoso sdegno in cui viveva da più giorni, e trasportato in altro superiore, calmo, sereno, ricco di affetti tranquilli e beati. Pensò al dolore di quell’amico nobile, di quella nobilissima famiglia, e gli nacque immenso desiderio di poterlo alleviare, di poter dare a tutti coloro un po’ di consolazione. Gli parve che solo a pensare al dolore di que’ figli orbati del padre, l’aspro tormento della sua anima scemasse. Ah! egli non aveva provato mai quel dolore, come non aveva mai potuto gioire del diletto di amare i genitori suoi e di esserne amato. Pensò a sua madre, alla tomba di lei, dove avrebbe finalmente potuto andarsi e inginocchiare; determinò il domani stesso farvisi condurre da Matteo, e poi... e perchè non l’avrebbe fatto?... sì e poi correre a Torino per tentare di porgere qualche consolazione all’amico.

Ma no: questo non lo poteva: egli era trattenuto lì da un còmpito terribile, necessario: la sua vendetta, il lavare col sangue l’oltraggio ricevuto. A questo punto un nuovo pensiero lo assalse. Che cosa avrebbe detto il conte di Valneve se avesse saputo dell’avvilimento a cui egli era soggiaciuto? che cosa gli avrebbe consigliato di fare? Che cosa avrebbe fatto egli se si fosse trovato in simil condizione? Farsi assassino! Ah forse no!.... Ah certo no!... Gli parve allora di scorgere, come in una visione, il viso gaio di Ernesto farsi serio, quasi severo e dietro il suo un altro visino prendere un’aria di rimprovero....

— Ah, gli domanderò consiglio: — disse a sè stesso Alfredo: — senza dirgli nulla dei miei propositi gli domanderò che cosa io debba fare pel mio onore: e benchè oppresso da sì vivo dolore, egli son certo che mi risponderà.

E si mise subito a scrivere.

Ma la morte del conte di Valneve padre fu accompagnata da alcune vicende le quali avevano relazione con avvenimenti che vedremo svolgersi nella seconda parte di questo racconto: ed è per ciò necessario che i lettori ne siano fin d’ora informati.

LVII.