Tacevano tutti, compresi da gravissimo dolore, le cui manifestazioni ciascuno si sforzava a frenare. Ernesto, benchè la sua ferita fosse tutt’altro che risanata, non aveva più voluto stare in letto, appena fu informato che l’infermità del padre non era cosa leggiera; portava il braccio appeso ai collo per una fascia di seta nera; ogni allegria, ogni vivacità a lui così solite e naturali, erano sparite dalla sua fisonomia e il pallore delle sue guancie, chiunque, per quanto superficiale osservatore, non l’avrebbe attribuito solamente alle fisiche di lui sofferenze. Il fratello, Enrico, più debole, perchè più giovane, non poteva tanto su di sè stesso da ricacciare indietro le lagrime, e queste gli colavano giù lentamente sul volto senza che egli pur sembrasse avvertirle. Nè altrimenti era Giulio, il nipote, che, in quell’amorevole e generoso zio, vedeva la morte togliergli un secondo padre. La contessa Adelaide, pallida, ma il viso fatto sicuro da una sublime rassegnazione, lo sguardo amorevole fisso sul compagno della sua vita che ora stava per separarsi da lei, avrebbe potuto dirsi come già disse un poeta, una Niobe cristiana. Un sincero dolore profondamente sentito appariva eziandio nelle elette figure del marchese e della marchesa Respetti. Tommaso, lui, aveva l’aspetto di chi sta per assistere a qualche terribile catastrofe che non può ancora credere possibile.
Il conte presidente girò tutt’intorno lo sguardo affaticato sulle persone de’ suoi cari così raccolti, e poi colla debol voce che gli rimaneva, dicendo adagio, pronunziò le parole seguenti:
— Sono alla fine della esistenza che il Signore Iddio mi ha voluto concedere su questa terra, e sentendomi chiamare da Lui nella vita eterna, dovendo quanto prima separarmi da voi, diletti miei, che ho amato, che amo cotanto, e che spero potrò amare ancora anche dall’altro mondo, voglio, finchè la cognizione me ne rimane e mi bastano ancora le forze, darvi a tutti insieme il mio addio e farvi sentire le mie parole di ringraziamento, di ultimo ricordo, di ultimi miei desideri e consigli.
Fece una pausa; regnava in quella camera sì perfetto silenzio, che il solo rumore da potersi avvertire era il respiro leggermente affannoso del giacente.
— Io devo ringraziare la Provvidenza che m’ha concesso tanti impagabili benefizi: di appartenere a una famiglia in cui l’onore, la lealtà, l’amore d’ogni nobil cosa, il desiderio d’ogni virtù sono tradizionali; di aver posseduto ricchezza e stima nel mondo; più prezioso dono ancora, di avere ottenuto in sorte una compagna de’ miei giorni che, come adorna d’ogni grazia, fu il modello d’ogni virtù di donna, di sposa e di madre...
La contessa Adelaide lasciò sfuggire un singhiozzo, cui soffocò in un bacio alla mano del marito sulla quale essa si curvò; quella mano fuggì con debole movimento di sotto alle labbra della donna e salì ad accarezzarne le chiome che cominciavano a brizzolarsi.
— Tu mi hai fatto felice, Adelaide, — continuò il moribondo: — e in te ho sempre trovato una consigliera e confortatrice, piena di senno e di cuore. Figliuoli miei, voi amerete sempre, come ora amate, venererete sempre, come ora venerate, questa donna che vi ha dato e vi dà l’esempio di tutte le virtù, e penserete d’or innanzi, che, morto me, in lei si raccoglie tutta l’autorità della famiglia, tutta la santità del nostro focolare, tutta la grandezza del nostro nome. Ah no, voi non sarete mai figliuoli tanto cattivi da amareggiare questo nobil cuore, da disconoscerne, non dico il comando, ma l’influsso e l’ispirazione.
Ernesto s’inginocchiò presso il letto e pose la mano sinistra che aveva libera sulla coltre coll’atto di chi tocca una sacra reliquia per pronunziare un solenne giuramento.
— Padre! — disse con voce commossa. — Io ho il rimorso di avere a Lei e alla madre cagionato dispiaceri non pochi... Ma per la tremenda grandezza di questo momento, le affermo colla coscienza di chi non si sente affatto indegno di avere il sangue dei Sangré nelle vene, le giuro che mia madre non avrà da farmi più un rimprovero, non avrà il dolore di vedermi ricadere in atti men degni del mio nome...
— E io ti credo, Ernesto!... Tu sei il primogenito; tu diventi il capo della famiglia; a te maggiori doveri.