— Giusto voi, zio! — disse quell’uomo. — Vado appunto cercando di voi da tutte parti, e non sapevo più dove dar del capo per trovarvi, che ho già corse tutte le locande e tutte le osterie dalle principali alle più misere senza incontrar mai la menoma vostra traccia.

Quell’uomo, come il lettore avrà indovinato, era Pietro Carra.

Matteo gli si volse burbero così da non incoraggiarlo menomamente a proseguire il colloquio.

— T’ho già detto e ridetto le mille volte che non voglio a nessun modo che tu mi chiami zio.

— Va bene, — soggiunse rassegnatamente il Carra. — Non vi chiamerò più che sor Matteo; e ora vi pregherò di darmi un quarto d’ora del vostro tempo per dirvi cosa che mi preme molto e che è di molta importanza per me e per la mia famiglia.

L’Arpione scosse con impazienza le spalle.

— Ora ho da fare, — rispose brusco, — e non posso darti nè un quarto d’ora, nè mezzo e nè anche un minuto... Lasciami andare...

— No, — interruppe con insistenza supplicante, ma ferma, Pietro: — bisogna assolutamente che m’ascoltiate. Vi dico che si tratta dell’avvenire della mia famiglia.

— Bene, un’altra volta: domani.

— Ah no, domani...