— Questa sera...
— No, no: è necessario ch’io vi parli subito. È la Provvidenza che m’ha fatto incontrarvi, quando appunto disperavo già di potervi trovare, e non vi lascierò più finchè m’abbiate ascoltato.
— Insomma, — gridò Matteo mezzo incollerito — ti dico che ora ho anch’io delle faccende che premono.
— Non quanto le mie, ve lo assicuro: — interruppe il sellaio con quella fermezza d’accento che danno la forza del carattere e la risoluzione d’una volontà immutabile: quella fermezza d’accento che ne impone. — Vi prego sor Matteo, come d’un’opera di carità, in nome dei miei figli ve lo domando, per la memoria che avete sacra della sorella di mia madre!
— Va bene, va bene: — disse l’Arpione, scosso più di quanto voleva lasciare scorgere. — Farai presto?
— Sì.
— Andiamo.
Pietro lo condusse in casa sua.
Aimè, chi avesse visto quindici giorni prima questa modesta umile, ma lieta casa, come sarebbe stato dolorosamente colpito dal funesto cambiamento che vi aveva avuto luogo. Prima ci regnava, colla pace, coll’affettuosa ilarità, col confidente abbandono, quella domestica contentezza che è come un vivido raggio di sole a dare l’allegria della sua splendida luce a tutte le cose; ora erasi abbattuto sopra la piccola famiglia una grave, cupa preoccupazione piena di tristezza, di timore, di affanni. Abbuiata la fronte del padre, con incisavi profonda la ruga d’un incessante, tormentoso, struggitore pensiero: brusca, sdegnosa la parola di lui, rôca la voce, come se soffocata da una incessante contrazione dell’ira, quasi diventatigli uggiosi e irritanti i giuochi, le risa, le carezze dei figli, respinte aspramente le amorevoli richieste, le tenerissime supplicazioni della moglie. In costei la pallidezza delle guancie pochi dì prima così fiorenti, gli occhi arrossati, l’abbattimento degli sguardi, l’abbandono di tutta la persona dicevano abbastanza la pena continua, le notti insonni, le molte lagrime versate.
Pietro Carra non era più quello di prima; non era più l’amoroso marito, il tenero padre, il lieto, operoso artigiano. La sua compagna, colla conoscenza che aveva di lui, coll’intuito meraviglioso dell’amore donnesco, gli scorgeva nell’animo l’inferno che lo tormentava, gli leggeva le terribili risoluzioni, i feroci propositi che lo agitavano, e se ne spaventava; gli lesse l’immutabilità d’una decisione presa di cui ella avvertiva tutta la tremenda enormità e sentiva il più oppressore sgomento. I bambini fra la cupezza minacciosa del padre che li atterriva, e il dolore della madre che li faceva piangere, rimanevano muti, immobili, impalliditi, infelici.