Alle tre e mezzo un uomo gli passò davanti e si fermò a guardarlo. Matteo alzò il capo e riconobbe il direttore generale della polizia Pancrazi.

— Lei qui! — esclamò questi. — Ho piacere di trovarla, chè appunto cercavo con molto desiderio di lei, si compiaccia seguirmi.

— Scusi: — rispose Matteo. — Ho immensamente bisogno di vedere il principe, di parlargli, e lo aspetto qui che passi.

— Quello che la vuol dire a S. A. può dirlo a me con pari e fors’anco migliore effetto. Venga pure.

— No... — cominciò l’usuraio; ma il Pancrazi chinandosi verso di lui, soggiunse piano, proprio nell’orecchio:

— Si tratta della salvezza del conte di Camporolle; e se fa a mio modo, potrà Ella stessa condurselo seco.

Matteo non esitò più e seguì di buon animo il capo della Polizia.

Dieci minuti dopo era rinchiuso in una segreta anche lui.

Suonavano le quattro pomeridiane.

Sull’angolo del Borgo S. Biagio alla strada di S. Lucia in due edifici posta di facciata, un superbo palazzo da una parte e un’umile casetta dall’altra, stavano aperte due finestre e ad ambedue delle persone che con ansietà stavano fissando lontano, più lontano che arrivasse la vista nella strada, per vedere chi veniva a quella volta; nel sontuoso palazzo era una donna, giovane, bella di tremenda bellezza, pallida come un avorio, con labbra rosse come il sangue che spiccia dalle vene, con occhi lucenti d’una fiamma infernale; dietro lei un uomo maturo, calvo, dal pelo rosso che le parlava ed a cui ella, tutta presa dall’attenzione che metteva a guardar nella strada, non rispondeva neppure: nella casetta un uomo giovane, robusto, dall’aspetto fiero, anzi in quel punto feroce, bianco anch’egli come un cadavere, una ruga profonda solcata nella fronte, le guance contratte: a due passi da lui una donna seduta, tremante, che stringeva al suo grembo tre bimbi e pregava e piangeva in silenzio.