L’infermo fece segno che era davvero così.

Allora quella donna feroce cambiò affatto accento e lo fece compagno alla scellerata espressione del volto e degli sguardi.

— E non ti tornerà più la parola, o disgraziato! — esclamò in uno scoppio di trionfo feroce: — e io posso parlare impunemente, perchè ciò che udrai ora da me non lo potrai più ripetere a nessuno.... fuori che alla morte, la quale fra minuti verrà a prenderti, fuorchè a Dio, se pure esso esiste.

Carlo III ebbe una scossa in tutto il corpo; spalancò quasi spaventato gli occhi, ma la vista del volto di quella furia gli fece paura e s’affrettò a richiuderli; tentò ancora parlare, ma non gli venne fatto più di prima, e ogni suo sforzo si consumò in un gemito doloroso.

— Sì, — continuava la donna, — io me n’intendo abbastanza di ferite per dirti che la tua non ti lascia che pochi minuti di vita: e in questi pochi minuti io voglio pure soddisfare il desiderio che hai manifestato testè: quello di sapere da qual mano ti viene il colpo, e di morire almeno conoscendo chi devi ringraziare del servizio. La tua morte l’hanno desiderata moltissimi; può dirsi tutti i tuoi sudditi di cui tu hai fatto sempre sì barbaro governo; l’hanno voluta, meditata e preparata parecchi, anche di quelli che t’accostavano, che erano presso a tua moglie... Vuoi che te ne nomini uno?... Il conte X...

Il duca fece di nuovo un movimento, e di nuovo venne a piegare le labbra già quasi irrigidite l’amaro sogghigno di poc’anzi.

— Ma tutti costoro, forse, non sarebbero approdati a nulla, se una volontà più tenace, un’arte più accorta, un odio più accanito non fossero venuti a raccogliere gli sparsi conati, a indirizzare, guidare, decidere, eseguire: e quest’odio, quest’arte, questa volontà, tu li hai incarnati dinanzi in questa donna che da più di sette anni matura la sua vendetta.

Nuovo movimento nel moribondo, sulla cui fronte s’adombravano leggermente i sensi di terrore, di rabbia, di spasimo che dovevano tormentargli l’animo e a cui non poteva in nissun modo dare manifestazione nè sfogo.

— Tu domanderai a te stesso: vendetta di che?... tu avrai certo obliato tutto; non ricorderai che un giorno io mi trascinai ai tuoi piedi supplicandoti per la vita d’un uomo... d’un uomo che era il mio unico amore, che era tutto il mio bene, che era il mio Dio.... e che tu hai riso di me, mi hai schernita colle tue oltraggiose piacevolezze, colle tue principesche scurrilità, colle tue oscene insolenze, e che quando fosti stanco di ridere del mio dolore e delle mie lagrime, mi hai fatta scacciare dai lacchè proprio come una donna perduta, come una creatura abbietta che sporcasse l’onorabilità, la santità della tua casa che tu facevi ricettacolo dei tuoi vizi infami. Vedi! Da quel momento, io mi sono trascinata pel mondo, aggravandomi la coscienza di ogni male, d’ogni scellerato inganno, d’ogni delitto, sempre fissa la mente a uno scopo solo: vendicarmi di te. Sono andata a cercare dappertutto nemici tuoi che fossero capaci d’essere stromento della mia vendetta. Da quel momento sai il mio sogno quale fu sempre? Quello d’un’ora come questa: di poterti avere qui, meco, moribondo, e io accompagnarti l’anima al passo fatale colle mie imprecazioni, colla mia maledizione, che riunisce e concentra le maledizioni di tutto un popolo.

Si fermò un momento come per pigliar fiato: il principe era diventato ancora più pallido, le ciglia abbassate gli tremavano un poco, le labbra avevano delle leggere contrazioni, le rughe della fronte parevano incidersi più profonde: erano gli unici segni esteriori che potessero avere lo spasimo, la collera, la disperazione che tormentavano orribilmente, con dolori d’inferno, quell’anima innanzi allo spavento della morte.