La donna ripigliava:

— E quel momento è venuto!... Non ho creduto mai in Dio finora.... Sai che comincio a crederci, poichè vedo esauditi i miei voti?... Io t’ho fatto uccidere, Carlo Borbone, ma vuoi tu conoscere di chi sia la mano che t’ha così rabbiosamente colpito?... Quella mano sei andato tu stesso a suscitarla con quel tuo ignobile frustino con cui me pure hai percossa, qui, pochi giorni sono: quella mano fu di Pietro Carra.

S’udì in questo punto rumore di passi e di voci nelle stanze vicine. Zoe si drizzò della persona, strinse al seno le braccia incrociate e disse con una crudele ironia:

— Vengono! Saranno i tuoi cagnotti. Or via, parla e denunzia i tuoi uccisori, e abbi il piacere almeno di morire sapendoti vendicato.

L’uscio si spalancò ed entrarono solleciti il colonnello Anviti e il medico di Corte.

— Altezza! — gridarono ambedue precipitandosi verso il malato: — come sta?

Il duca sollevò a stento le palpebre, guardò l’uno e l’altro con pupille velate, ma non potè nè far cenno, nè pronunziar parola.

— Tutti i provvedimenti son dati perchè il tristo sacrilego assassino non possa sfuggire: — disse l’Anviti, mentre il medico esaminava la ferita. — Pancrazi ha fatto chiudere tutte le porte, e intanto mi ha incaricato di pregar subito V. A. a dirci se potrebbe indicare qualche connotato di lui.

Carlo III scosse con moto appena visibile il capo.

Il medico si alzò, si volse all’Anviti, e con un cenno del capo e un moto delle spalle significò che non c’era la menoma speranza.